THE BEST

Aggiornamento: 28 set 2020

Premessa

Sprecare un foglio è un sacrilegio che la nostra cultura dovrebbe fare suo. Un albero, una vita, viene sacrificato affinché l’uomo lasci impronta di sé, affinché la memoria si conservi, si tramandi e nutra così lo spirito dei posteri. Questa, l’unica ragione che giustifica l’ossessiva barbarie alchimista che tanto ci permea: donare a quel foglio intonso, nuova esistenza, un’anima che ferocemente irradi al suo dire. Vi sono carte che narrano gesta d'eroi, rivoluzioni ed amori impossibili e, allo stesso modo di quell’albero che le dona la vita perendo, divengono ossigeno necessario alla nostra sussistenza. Ci sono uomini ai quali si può dedicare un foglio, due, tre, fors’anche mille, senza che i sogni d’uno scrittore siano mai turbati. Ci sono uomini che racchiudono in sé lo spirito del loro tempo. Hegel vide l’Anima del Mondo a cavallo in un giorno d’autunno del 1806, gli stadi di tutta Europa, nell’irripetibile 1968, la riconobbero in un ragazzo di Belfast che accarezzava lievemente un pallone.

Avvicinarsi ad un’icona richiede grande tatto, dietro ogni singola parola spesa si cela il rischio d’un’imperdonabile errore. Trattare del genio è cosa che, a priori, porta in sé una particolare e necessaria devozione. Ecco, quel che posso promettere è che proverò ad esprimere tutta la devozione che, io, non diretto testimone, ho coltivato per il mito di the Best.


Gli inizi

22 maggio 1946, Belfast, un bambino come tanti viene alla luce all’estuario sabbioso del Farset. La vita non è semplice, la guerra è appena finita ed il Regno Unito, anche se vittorioso, è letteralmente in ginocchio. Se ciò non bastasse la capitale nordirlandese è da sempre divorata dalla discordia. Qui una domanda precede tutte le altre: Cattolico o Protestante? La città non è ancora entrata nel periodo tragico dei Troubles, ma è già indelebilmente segnata da questa scelta di credo, che scelta, in realtà, non è affatto. Si nasce Irlandesi ed allora si è figli del Vaticano e fieri Repubblicani, si nasce Britannici e quindi sudditi di sua maestà e convinti Protestanti, la coesistenza: impossibile. I secoli di scontri tra le due fazioni raccontano d’un odio profondo e d’un incomprensione totale; ne sono esempio lampante i centinaia di muri eretti a separare il quartiere di Falls Road, cattolico, da quello di Shankill Road, protestante. Nel tempo questi mostri di cemento sono divenuti cronache della memoria collettiva, musei a cielo aperto ove capeggiano murales raffiguranti i personaggi che più rappresentano l’anima delle due fazioni, spesso Bobby Sands e Guglielmo d’Orange. George è nato protestante, suo padre Dickie è membro dell’Ordine di Orange, una fratellanza lealista diffusasi in tutto il Regno Unito, ma a casa Best la religione non è mai stata così importante; o meglio, solo nonno Withers, il padre di mamma Anne, è un fervente credente. La prova di quanto detto risiede nel fatto che il primo amore di Georgie fu il Glentoran Football Club. Tutti sanno a Belfast che i Glens sono la squadra dei Cattolici e il Linfield quella dei Protestanti, ma come sarà presto evidente, George non è nato per rientrare negli schemi. Soldi ce ne sono appena, ma al primogenito dei Best basta poco per essere felice: qualche patata in tavola, magari un gelato sgraffignato nella fabbrica dove lavora sua mamma e, ovviamente, un pallone tra i piedi. Il ragazzino di Cregagh non perde occasione per giocare con i suoi amici, sognando, come tutti loro, di poter un giorno diventare professionista, magari in Inghilterra. Il suo secondo grande amore fu infatti lo straordinario Wolverhampton degli anni ’50, vincitore in quel decennio di 3 campionati nazionali. I Wolves furono la prima squadra inglese a sfidare le altri grandi d’Europa in notturna, serate che preannunciarono chiaramente la nascita dell’imminente Coppa dei Campioni. Le finanze di casa Best non permettevano alla famiglia di comprare un televisore così George s’inventò un particolare stratagemma per poter assistere a quegli incontri magici. A pochi minuti dal fischio d’inizio cominciava a spedire violentemente il suo amato pallone di cuoio contro il muro del vicino. Il signor Harrison, che guarda caso era possessore d’un televisore nuovissimo, finiva puntualmente con l’invitarlo a vedere il match con lui. Nacque lì, tra le immagini in bianco e nero e l’odore intenso d’un camino impolverato, la folle visione di poter conquistare l’Europa.

Il talento del ragazzo è innegabile ma il fisico non pare abbastanza robusto da reggere uno sport tanto traumatico. I no ricevuti sono tanti, ma fortunatamente incontra sulla sua strada un uomo pronto a credere in ciò che, ai più, appare impossibile. La provvidenza si manifesta con il nome di Bud McFarlane, allenatore del Creghan Boys club, squadra giovanile del Glentoran. Bud riconosce subito la superiore velocità d’esecuzione e l’incredibile coordinazione del giovane Best e si convince che abbia più di qualche chance di diventare un professionista. Organizza allora una partita con il Boyland, la squadra che domina il calcio giovanile nordirlandese, e lo fa a tal punto che da qualche tempo ha preso accordi con il Manchester United. L’allenatore, Bob Bishop, è infatti un osservatore dei Red Devils, pronto sempre a segnalare i suoi migliori talenti. Il 15enne George gioca la partita senza sapere nulla di quanto s’erano detti previamente i due tecnici ovvero che il match è stato organizzato appositamente per lui e che il Boyland avrebbe schierato la squadra dei 18enni per testare il suo fisico. Il ragazzo segna due goal e fa vincere i suoi 4-2. Bishop ha visto abbastanza, non ha dubbi, Best ha la stoffa per tentare il grande salto e partecipare ad un provino a Manchester.

Matt Busby il manager dello United aveva sempre cercato di costruire la squadra intorno ai giovani. La generazione d’oro che tirò su, i ‘Busby Babes’, vinse il campionato nel 1956, ed era pronta a regalare all’Inghilterra il suo primo trofeo continentale. Ma il destino distrusse in un attimo terribile ogni candida speranza. In una fredda giornata d’inverno del 1958, di ritorno da un pareggio a Belgrado, molti di loro lasciarono troppo presto questo mondo. La neve e il fango che ricoprivano la pista di Monaco non permisero all’aereo su cui volavano di alzarsi correttamente. Si schiantò sulla stessa al terzo tentativo di decollo. Lo stesso Busby si frantumò lo sterno e sopravvisse per miracolo dopo aver ricevuto varie volte l’estrema unzione. Ma Matt non perse in quella tragedia la voglia di rincorrere il suo sogno europeo ed anzi seppe trarre da essa nuove motivazioni.

Arrivato a Manchester con un’altra giovane promessa George affronta per la prima volta la dura realtà fuori dalla sua Belfast. Resistette 24 ore prima di decidere che quella vita non faceva per lui. I suoi nuovi compagni gli sembravano tutti enormi, la città troppo dispersiva e gli allenatori distaccati. Prese il primo traghetto per tornare in Irlanda del Nord. Bussò alla porta di casa con la faccia d’uno che si vergogna della sua debolezza.. ma cosa poteva fare? Si prospettava una vita di solitudine in un luogo alieno, circondato da una concorrenza spietata ed infida, senza alcuna sicurezza; con queste premesse meglio lavorare in tipografia.. Eppure continua a sentirsi male, malissimo, quasi quanto quel giorno in cui vagò disperato per la scomparsa del suo amato nonno paterno. Georgie è sempre stato un bambino incredibilmente intelligente e talvolta ha utilizzata la sua fine astuzia per combinare qualche marachella, ma, prima di tutto, è sempre stato un bambino molto sensibile e timido. Divenuto the Best non cambierà affatto. Dopo un abbraccio di sua madre e una chiacchierata con suo padre si convince a riprovarci e allo United non hanno nulla in contrario. Sarà questo il principio della sua fulminea ascesa.

(Murales a Belfast, su gentile concessione di ©Giovy Malfiori, www.emotionrit.it)


Giovane promessa

Gli inizi furono davvero duri. Il calcio dei primi anni ’60 non era certo quello di oggi in cui il primo ragazzino con l’etichetta di fenomeno viene subito coccolato e riempito di soldi. Le federazioni nordirlandese e scozzese, stufe di vedersi soffiare i migliori talenti dagli Inglesi, si impegnarono a complicare il tutto ancora di più. I contratti di apprendistato non erano più permessi, dunque per poter risiedere legalmente in Inghilterra i giovani emigrati dovevano avere una regolare occupazione. Bestie fu costretto a lavorare come garzone, potendosi allenare solo due giorni a settimana con la squadra dei dilettanti. Una prospettiva non esaltante per chi arriva a Manchester convinto di dovere solo giocare a calcio; ma la cosa più assurda fu che la società, finito lo stage di due settimane, non gli comunicò nulla sul suo futuro. Alla fine dopo vari lavori e altrettante lamentele giunse ad un accordo soddisfacente: un tifoso benestante lo avrebbe assunto come elettricista nella sua azienda. Georgie doveva solo timbrare il cartellino, uscire dal retro e dirigersi al Cliff (centro di allenamento dello United) da lì poco distante. Così le sue uniche fatiche, oltre a quelle sul campo, divenirono pulire gli scarpini ai giocatori della prima squadra e spazzare i gradoni dell’Old Trafford. Presto dalla squadra B passò alle vere e proprie giovanili, dove spinto dall’entusiasmo iniziò ad allenarsi con ancora più voglia ed intensità. Il definitivo salto lo compie tre giorni dopo il suo diciassettesimo compleanno. All’epoca quella era l’età minima per poter firmare un contratto da professionista. Georgie visse con ovvia apprensione quelle poche ore, aveva visto tanti ragazzi di talento sentirsi dire un semplice grazie prima di essere spediti al loro destino. Ma Sir Matt sapeva fin troppo ben con che genere di giocatore avesse a che fare. ‘Congratulazioni ragazzo, sei un professionista!’. La bella notizia combaciò con la finale di FA cup a Wembley, così fu aggregato alla squadra. Georgie potè vedere in quella notte meravigliosa il suo futuro prossimo: i colori accecanti degli stadi gremiti, le giocate sensazionali di cui sarà capace, i tanti sfavillanti trofei che conquisterà. Tutto è perfetto, il ragazzo di periferia sta realizzando il suo sogno, l’esistenza non potrebbe essere più radiosa.


La consacrazione

‘Oggi entri, figliolo’. È il 14 settembre 1963 quando Busby comunica a George che è arrivato il suo momento. Ian Moir, il 7 della squadra, si è infortunato appena prima del match e la fascia destra è scoperta. Quel giorno d’autunno il Regno Unito conoscerà il giovane prodigio di Belfast e soprattutto il suo folle amore per il pallone. A fine primo tempo Sir Matt è costretto a cambiarlo di fascia poiché ogni suo tocco si trasforma in un’azione folle e solipsistica che muore a fondocampo. Vincono 1-0 ma si attira l’astio dei suoi compagni più anziani. Il suo magico destro rivedrà l’Old Trafford tre mesi dopo. George è in Nord Irlanda per trascorrere il Natale in famiglia, quando inaspettatamente giunge un telegramma urgente che lo richiama a Manchester. La squadra ha perso la sfida di campionato 6-1 contro il Burnley e Busby vuole rivoluzionare l’11 titolare. Il 28 dicembre è in campo nella partita di ritorno nella quale segnerà il suo primo goal da professionista, un destro dal limite dell’area che si spegne all’incrocio dei pali. Lo United vince 5-1 e le nuove leve mandano un chiaro segnale all’allenatore: sono pronti. George inizia a giocare con costanza guadagnandosi un posto da titolare per la stagione successiva. La sua stella inizia subito ad irradiare i campi inglesi, dei quali il primo sarà Stamford Bridge. Fa letteralmente impazzire il povero Shellito danzandogli attorno con il suo inimitabile movimento di bacino. Le parole del Times a commento della prestazione sono lapidarie: ‘Shellito deve aver avuto l’impressione di affrontare un’impresa impossibile quale potrebbe essere far rientrare un genio nella propria lampada’. Un genio dedito al boato della folla e al suo insaziabile bisogno di dimostrarsi immortale. Non sarà però solo il calcio il suo campo da caccia dell’eternità. Best ha solo 18 anni, quel Mondo, che negli occhi d’un ragazzo timido e sensibile appariva padrone, sta divenendo improvvisamente suo servo. L’immaturità e la riservatezza con le donne non sono più un problema, sono loro a cercarlo ossessivamente. Le pause tra un’apoteosi calcistica e l’altra, tanto quiete da essere soffocanti, divengono scuse per fare della sua vita un’unico grande atto sfrenato, in cui i fumi dell’alcol avranno addirittura la meglio sul gentil sesso. La stagione 1965-1966 inizia sottotono, George dorme poco, si allena male, è sopraffatto dall’onda anomala del successo, ma Matt Busby è lì. L’antidoto alla deriva è solo lui, quell’uomo che tutti diranno essere stato il suo secondo padre. Sir Matt è un allenatore di poche parole, uno all’antica, concentrato ad alimentare la sua presa sulla squadra attraverso silenzi e fatti. E forse è proprio per questo che quando pronuncia una parola, quest’ultima diviene una lama che colpisce impunemente. Al momento giusto richiama il ragazzo nel suo ufficio all’Old Trafford. La stanza sarebbe lo spogliatoio dell’arbitro, ma è situata alla fine di un lungo corridoio proprio come piace a Busby. Vuole che in quel lungo ‘miglio verde’ i giocatori abbiano il tempo di autoanalizzarsi ed arrivare da lui già consapevoli del problema. ‘Figliolo credi di star giocando bene?’ Tanto basta a risvegliare in George il fuoco della determinazione. Di lì a pochi giorni c’è un’ottavo di Champions League da affrontare contro l’HJK Helsinki. All’andata Sir Matt lo lascia in panchina così che possa alimentare ancora di più la sua fiamma di rivalsa. 3-2 in Finlandia. Nel ritorno a Manchester Best è lì al suo posto con la maglia numero 7. 2 goal, 6-0. Il campionato non va per il meglio, ormai la squadra è totalmente dedita al sogno europeo. Nei quarti l’avversario sarà il leggendario Benfica di Eusébio, vincitore per due stagioni di fila nel 61 e 62. Grande prestazione in Inghilterra strappando un importante 3 a 2, ma la partita di ritorno continua a preoccupare non poco. A Lisbona i padroni di casa sono praticamente invincibili, in Europa non hanno mai perso una partita. Prima del match la società lusitana consegna alla pantera nera il premio di migliore giocatore dell’anno. Il pubblico è caldo, caldissimo. I fuochi d’artificio, i cori e i boati da guerriglia, fanno sembrare gli stadi inglesi popolati da educate signorine. Fino ad allora tutti erano stati fagocitati da quell’atmosfera, ma con loro non c’era George Best. Si presenta subito la prima occasione, punizione dalla distanza. Dunne crossa al centro, George stacca in mezzo a due difensori beffando anche il portiere in uscita, goal! Pochi minuti dopo, galvanizzato, prende palla a metà campo, salta il primo avversario, ridicolizza il secondo e tutto solo davanti al portiere piazza il pallone in rete. 2-0. Lo Estádio da Luz non è mai stato così silenzioso. Gli riesce tutto troppo facile, gli sembra di vedere ogni azione qualche secondo prima che avvenga. Ogni volta che tocca palla, come in quel suo esordio, tenta di arrivare dritto in porta, librandosi come una farfalla. I compagni si sbracciano, Bobby Charlton lo chiama a gran voce, ma lui è occupato a sfidare sé stesso e l’Universo. Effettua un numero di dribbling incalcolabile, oscillando sempre come un pendolo preciso ed imprevedibile. Con il suo volo istintuale e leggiadro trascina tutti al trionfo. Il match si chiude 5-1, il gigante è sconfitto. Il giorno dopo i giornali inglesi impazziscono per lui ma sarà il portoghese Bola a descriverlo meglio di tutti: el Beatle. La giovane stella è diventata una supernova ed d’ora in avanti la sua vita non conoscerà più un attimo di pace.

(Best di ritorno da Lisbona)


Il quinto Beatle

I capelli lunghi, gli occhi azzurri, l’aria da ribelle, le giocate al limite del possibile. George ha tutto per far innamorare di sé lo show business. Atterrato in Inghilterra si ritrova soffocando da centinaia di pubblicitari pronti a fargli la corte. Tutto a un tratto ha bisogno di un agente, è sulla prima pagina di tutti i Tabloid e ogni marchio vuole la sua faccia per aumentare le vendite. I Red Devils perdono la semifinale della Coppa Campioni contro il Partizan Belgrado, squadra tostissima sospinta da un altro stadio infuocato. La stagione è praticamente finita non avendo ulteriori obbiettivi, George inizia così ad assaporare la vera fama, quella che non ti permette nemmeno di dormire tranquillo. Le notti sono sempre più lunghe, i pub sono sempre più interessanti. Che siano bettole o alla moda poco importa, servono entrambi: quelli ‘in’ sono il terreno di caccia del giovane playboy, gli altri sono utili ad avere qualche ora di anonima normalità. Il problema è che oramai è Re Mida, se è seduto nel peggior pub di Manchester questo si trasforma immediatamente nel luogo più cool del Mondo. Accade questo al Brown Bull, un fatiscente alberghetto con un piccolo bar che dal giorno alla notte diventa il locale più esclusivo della Gran Bretagna. Sir Matt cerca di non mostrarlo, ma è già preoccupato per quel suo pupillo che lentamente e inconsciamente sta per finire nella spirale dell’alcolismo. George è giovane, è forte, sospinto dalle sue conquiste si sente invincibile, eppure basta un nonnulla a metterlo dinnanzi alla sua immensa ed umanissima fragilità distruggendo tutto quanto. Si chiede chi sia diventato, se quello che vede alla televisione, sui cartelloni pubblicitari sia davvero lui o un suo sosia famoso. Un’infortunio al ginocchio quasi lo fa smettere di giocare. E’ tutto così veloce, è tutto appeso a un filo, non c’è un buon motivo per non bere anche stanotte, siamo vivi, ma così, per quanto ancora? La stagione 66-67 scivola così, tra qualche panchina di troppo e qualche grande prestazione e tanto basta allo United per vincere il campionato. Ormai gli occhi sono tutti su di lui e non può oltremodo esimersi dal mostrare qualcosa di eccezionale.

Il 67-68 sembra essere l’ultimo anno buono per Sir Matt per conquistare quella che è ormai un’ossessione, la Champions League. Gli anni passano, le forze diminuiscono inesorabilmente, ma vincere quella coppa è l’unico modo a sua disposizione per scacciare i fantasmi di Monaco. Era stata sua la decisione di partecipare al torneo continentale, era stato lui a sospingere quei ragazzi verso quel tragico destino ed ora deve trionfare per loro.

Il turno preliminare è contro il modesto Hibernian Malta. 4-0 in terra straniera e un tranquillo 0-0 al ritorno. Prima di dare, a tutti gli effetti, inizio alla stagione Georgie gioca una partita con la sua nazionale contro la Scozia. Gli Scozzesi hanno da poco battuto i campioni del mondo Inglesi in una partita esaltante 3-2. Sono tronfi e si pavoneggiano convinti d’essere loro ora i padroni del pianeta Terra. Un assist di Best per Clements li riporta alla realtà. Una partita eccezionale della piccola Nord Irlanda contro un ottimo avversario, a Belfast ancora se ne parla. George è concentrato, vuole fare l’ultimo salto di qualità, vuole essere il migliore di tutti. Il primo turno di Coppa Campioni è contro il difficile Sarajevo, 0-0 in terra jugoslava che si dimostra come al solito arena da gladiatori, ma il ritorno all’Old Trafford va via liscio, George segna il secondo goal che chiude di fatto il match, la reazione degli Slavi non basta, 2-1. Quarti di finale contro i Polacchi del Gornik Zabrze. 2-0 a Manchester e ardua trasferta ad est della cortina di ferro che si chiude sull’1-0 per i padroni di casa. Lo United soffre ma ce la fa. Se fino ad ora la squadra di Bosby aveva affrontato compagini alla vigilia sfavorite, la musica cambia immediatamente in semifinale. Il sorteggio decreta che, tra Benfica, Juventus e Real Madrid, saranno propri i Blancos i loro avversari. Il Real Madrid, la più grande società del Mondo, capace di vincere la metà delle Champions sino ad allora giocate (6). I ragazzi in rosso sanno che sarebbe un’impresa storica riuscire a sconfiggere quest’ennesimo gigante e hanno tutti una strana sensazione positiva. Ci sono andati così vicini tante volte, hanno imparato dai loro errori, sono pronti. La partita d’andata in Inghilterra la firma Georgie, 1-0 per i Red Devils, ma 125000+11 invasati li attendono in Spagna. Pirri e Gento mettono subito a segno un uno-due che farebbe fuori qualsiasi squadra. I ragazzi non mollano, un’autorete li riporta in gara, ma Amacio sigla il terzo goal blanco. Il primo tempo si chiude sul 3-1. No, non di nuovo. Sir Matt non ha intenzione di arrendersi senza lottare fino all’ultimo istante. E' uno di quei momenti in cui il capo deve proferire le sue poche e taglienti parole. ‘Siamo sotto solo di uno, ci serve un goal, e poi la partita può cambiare da così a così. David tu vai in attacco.’ David Sadler segna subito e da ragione alle parole del boss. L’inerzia della partita è cambiata, i ragazzi si sentono improvvisamente padroni del loro destino, ma il tempo è poco, ogni minima distrazione può voler dire sconfitta. George prende palla, punta il suo diretto avversario Sanchez, fa una mezzaluna arrivando per primo sul pallone a pochi centimetri dalla linea di fondocampo. Scorge appena con la coda dell’occhio una maglia rossa in area, crossa la palla rasoterra con la giusta potenza. Ha pochi istanti tra il passaggio e il tiro che deciderà tutto, ma sono abbastanza per capire che quel ragazzo che sta per portare lo United alla vittoria non è Charlton né Law né Sadler, è Bill Foulkes, un difensore di pura lotta e pochissima tecnica. Bill però impatta perfettamente la palla spedendola nell’angolino basso sinistro. Finale. Wembley. Benfica. Dopo l’incredibile prestazione del ragazzo nordirlandese a Lisbona, Gloria gli piazza due uomini addosso. Il primo tempo si chiude sullo 0-0. La squadra è contratta, le aspettative altissime si fanno sentire tutte. La traversa di Eusébio fa tremare i 100000 di Wembley, ma è Charlton a segnare il primo goal. Un colpo di testa non fortissimo ma preciso, abbastanza da mettere la palla in rete. Sembra finita, ma os Encarnados non conoscono la parola resa. Graca pareggia a 10 minuti dalla fine, si va ai supplementari. Le squadre sono visibilmente stanche, è un fulmine improvviso d’un fuoriclasse l’unica speranza d’entrambe. Stepney rinvia lungo, Kidd serve Best a centrocampo. George è tallonato dai soliti uomini che provano ad ingabbiarlo. Li lascia lì, tunnel al difensore, salta Henrique e appoggia in rete. Kidd e Charlton chiudonoro definitivamente i conti. Il Manchester United è campione d’Europa.

George è capocannoniere del campionato inglese con 28 reti. Alla fine però lo vince il City di due sole lunghezze, ma poco importa, il cerchio si è chiuso, i Red Devils sono i primi Inglesi a trionfare fuori dalla madre patria. George riceverà il Pallone d’oro a soli 22 anni, nulla può fermarlo se non egli stesso.

(Best e Sir Matt Busby con il pallone d'oro)


L’oblio

Un padre. Un padre deve sapere essere comprensivo, duro e flessibile ma soprattutto aperto al dialogo, talvolta mostrando con coraggio il proprio amore. Sì, ci vuole coraggio a dimostrare il proprio amore tanto quanto lo è scoprire le proprie debolezza. Sir Matt era un grande allenatore, un fine stratega ed un eccellente mentore ma non un padre per George Best. Consegnatagli la Champions League Busby ha lentamente abbandonato George al suo destino, un figlio fragile che aveva ancora bisogno d’una certezza. Gli anni a venire saranno conditi da un susseguirsi di errori e incomprensioni reciproche, liti furibonde e silenzi tra Best e i vari allenatori e dirigenti che s’avvicenderanno negli uffici dello United. La squadra in un battibaleno diviene banale, da campioni d’Europa si inizia a lottare per salvare la faccia, in cinque anni arriva addirittura la beffa della retrocessione. Georgie non ci sta, affoga nell’alcol e nella vanagloria la sua incapacità di prendere in mano le redini della situazione, non ha il carisma per tirare fuori i suoi da questi enormi problemi. Uno ad uno i grandi si defilano, c’è chi ha raggiunto ormai la sua naturale fine agonistica, chi si trasferisce in società dal progetto più solido, i ricambi non arrivano, le cose non fanno che peggiorare. Il leader manca e non può essere Best. George non è Maradona che a 8 anni conosceva già il suo destino. George non è Cruijff, che pure ridicolizzerà in una sfida tra Irlanda del nord e Olanda. Johan è rimasto orfano di padre a 12 anni, ha vissuto un’adolescenza difficile, ha trovato lui stesso a sua madre un’occupazione nell’Ajax. George ha vissuto un’infanzia povera ma sempre protetto e coccolato dalla sua famiglia, quella forte era sempre stata sua sorella. Georgie pur essendo il genio che era a 16 anni vive ancora nell’incertezza: non sa se essere un fuoriclasse o un tipografo.. in un anno sarebbe stato titolare dello United. George non è un condottiero, non è un eroe, non è un guerriero, è un poeta nato con i piedi di un fenomeno. Come i maledetti della Francia dell’800 non regge il suo stesso genio, non regge sé stesso e la fragilità che l'attanaglia, s’illumina solo nella totale solitudine, nell’estremizzazione del suo disagio. Georgie vuole distruggersi, sente, come tutti gli animi troppo sensibili, il richiamo del nulla e ne è fortemente affascinato. Georgie è l’eccezionale nella necessaria monotonia, è l’ultima parola d’un romanzo, la scena del bacio in un colossal holliwoodiano, il ritornello d’una melodia, tutte cose che senza contesto rimangono fini a sé stesse. Deve essere circondato da tanti mezzi, deve sentirsi il fine, deve vivere in un’ambiente predeterminato, creato apposta per lui cosicché possa incanalare il caos della sua stella nella giusta direzione. Il paradosso del ribelle. Eppure per qualcuno ciò che mostrò in quel 1968 in cui si fece inconsapevole (o forse no?) interprete della necessità d’un cambiamento globale rimane il punto più alto del calcio mondiale. A conoscere a fondo la sua storia nasce per un attimo un odio incontrollato per la sua figura. Traditore, debole, alcolizzato, egoista e vizioso in ogni modo. Un essere umano che ha davvero buttato via ogni dono che Dio gli ha fatto. Eppure, quell’innocenza nel suo sguardo, il candore del suo vivere sempre sospeso, come in cerca d’una redenzione impossibile, l’ingenuità preponderante nell'affrontare sempre tutto senza meschinità, annullano immediatamente il rigurgito di terribile astio che per primo t’assale, lasciando l’agrodolce sapore d’una sola consapevolezza: che uomini così sono tanto necessari e probabilmente più degli eroi, dei santi, dei vari Maradona e Beckembauer, perché sono specchio delle nostre incolmabili fragilità e della nostra più profonda, umanissima, tragicità.

Grazie George, ci manchi.


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