Ronaldinho: O nascimento do mago

“Quegli applausi scroscianti non possono essere veri, devono essere la pioggia che ticchettia incessante sulle lamiere delle povere case di Porto Alegre durante uno di quei giorni incredibilmente lunghi ed inesorabili ad aspettare il ritorno di un padre volato via troppo prematuramente per un bambino, ed è tutto solo un sogno incredibilmente vero” questo è quello che deve aver pensato Ronaldo Assis de Moreira mentre davanti agli occhi lucidi della madre, con quell’eterno sorriso infantile stampato sul volto, riceveva il pallone d’oro (2005). Riconoscimento più che dovuto e meritato ad un uomo che ha incantato con la magia delle sue giocate e la facilità di esecuzione tutti i palcoscenici più grandi del mondo.

Le vicissitudini della vita non ne hanno scalfito la creatività e l’estro ma solo rinsaldato le doti e fatto apprezzare al massimo quello che avrebbe dovuto fare: giocare a calcio.

Secondo genito di una famiglia modesta, con radici nel mondo del pallone, sembrava non essere destinato ad una carriera fortunata all’ombra della promessa Roberto, il fratello. La situazione tuttavia svolta quando lo sguardo attento del padre intravide un talento cristallino in Ronaldo, intuendo che fosse il vero predestinato della famiglia. Ma si sa che gli indistricabili percorsi del destino spesso sanno essere beffardi. Ed ecco allora che proprio il padre muore quando Ronaldo ha solo 8 anni, annegando nella piscina che il Gremio aveva regalato alla famiglia in cambio delle prestazioni sportive di Roberto.

In qualche modo però il destino stesso sa poi riconciliare i tasselli del mosaico, facendoli convergere in piccole e minuziose opere d’arte come a Piazza Armerina. Infatti proprio il Gremio, accoglie il giovane Ronaldo, confidando ciecamente nelle sue qualità. Questa fiducia incondizionata, quasi mistica si tramutò in ottimi risultati sul campo:

convocazione e vittoria con os canarinos della copa sudamericana e del mondiale u-17 alla prima esperienza.

Se a 17 anni hai già conquistato il tuo continente, senti il dovere quasi morale di estrinsecare il tuo genio altrove, oltre i rigidi confini della propria patria, vedere, sperimentare e crescere. Questo fu il motivo della sua insistente richiesta di andare a giocare per il PSG, all’epoca non ancora un team di livello assoluto come ora, ma sempre in lotta per lo scudetto. Ed ecco che la storia cambia.

Estate 2001, si concretizza il passaggio di Ronaldinho alla corte dei parigini, il desiderio di emergere travalica il legame fisico ed emotivo con la sua terra. Tuttavia le cose non girano come dovrebbero, l’estro non è mai apprezzato dal razionalismo europeo ancor più se di matrice francese, con quell’ideale di perfezionismo e rigore ancorato saldamente alle pagine dell’Encyclopedie di Diderot e D’Alambert, così sono solo scampoli di gara a nutrire il desiderio di campo del giovane brasiliano. Dall’altra parte del globo, c’è però chi si è innamorato di questo talentuoso ragazzo dalla capigliatura pazza e i piedi fatati, si chiama Felipe Scolari e deve guidare la seleção in Corea e Giappone per giocarsi la vittoria del mondiale e sceglie di affidarsi ad un tridente tutto fantasia: Ronaldo, Rivaldo e Ronaldo Assis De Moreira, che da allora non sarà più Ronaldo, ma diventerà Ronaldinho e ancorerà alla leggenda questo soprannome. Nonostante il non brillante campionato disputato da Dinho e la sconfitta in Ligue 1, Scolari sa che è in giocatore che non nasce ogni giorno e decide ugualmente di renderlo titolare in tutta la competizione iridata. Pressione?

Niente affatto, solito sorriso e voglia di giocare. 21-06-2002, Shizuoka, Giappone, minuto 50’ di Brasile - Inghilterra: il mondo scopre Ronaldinho e si riappropria di quella magia che esiste nelle piccole cose e che troppo spesso passa inosservata allo sguardo disattento, ma che quel ragazzo anche un po’ scoordinato, a volte, regala ogni volta che tocca una palla da calcio. Punizione dalla trequarti, molto sulla destra, quasi vicino al fallo laterale, gruppo folto di uomini in area di rigore, dove si concretizza lo scontro tra il brutismo anglosassone e la leggiadria brasiliana, Seaman, decide di mettersi appena fuori dai pali per poter uscire e raccogliere un Cross che però non arriverà mai. Tiro pennellato sotto l’incrocio, 2-1 Brasile, anzi 1 Ronaldinho - 0 razionalità. Questo gol non ha niente di umano, è fatto da un alieno, che rende facile l’impossibile, rida una dignità quasi perduta all’estetica. Ma un caravaggiesco ha bisogno anche della follia e della violenza per essere così imponderabilmente artistico: 7’ dopo contrasto di gioco ed espulsione, forse troppo severa, forse no, ma a Ronaldinho non importa, ride e se ne va. I compagni dovranno fare a meno di lui in semifinale con la Turchia, ma in finale potranno godere nuovamente delle sue qualità. La finale è decisa dall’altro Ronaldo, ma sempre in sintonia con gli impeccabili 10 compagni: Brasile campione del Mondo; Ronaldinho consacrato fenomeno.

Il mondo non sa che pensare di questo giovane che approda subito dopo al Barcellona, quasi come se l’aria parigina fosse diventata asfittica e troppo coercitiva per un talento così cristallino. Anche in questo trasferimento la costante è il sorriso stampato sul suo volto, ma da quel momento in poi anche di tutti i tifosi ed amanti del calcio e soprattutto dei sostenitori blaugrana.

Ronaldinho inizia la sua apoteosi: assist di schiena, gol in rovesciata, assist no look, dribbling fulminei, cambi di gioco telecomandati e resi quasi banali dalla sua semplicità di gioco e controllo palla. Alcune scene indelebili nella memoria di tutti sono lo stop di schiena in corsa contro il Valencia, il triplo sombrero contro il Bilbao, il gol nutrito da una sorta di danza sul pallone, contro Chelsea in champions league, il miglior quasi-gol della liga (sempre contro il Bilbao), gol su punizione rasoterra, ecc.

Ma sono due le cose che ancora oggi rimangono nella mente di tutti : La cross bar challenge, manifesto del Joga Bonito, inventato ed introdotto in Europa dal fenomeno brasiliano (anche primo video a raggiungere il milione di visualizzazioni su YouTube) e lo show al Bernabeu, in cui il miedo escenico lo provarono tutti i giocatori del Real e specialmente Sergio Ramos, attoniti davanti allo spettacolo di puro calcio cui Dinho diede sfogo.

Un aneddoto che rivela come questo giocatore non fosse solo dotato tecnicamente ma anche che avesse un’intelligenza calcistica fuori dall’’ordinario è quello in cui fa segnare un compagno sfruttando un cooling break: per andare a bere, si posiziona accanto al portiere, rimane lì e sugli sviluppi di fallo laterale è solo in area di rigore, serve il compagno...gol.

Il genio non può prescindere da qualche momento di onirica spensieratezza ed ecco perché Dinho preferiva passare le notti in discoteca anziché in camera d’albergo a riposarsi o non sapere quali avversari affrontare il giorno dopo. A Ronaldinho bastava un rettangolo verde per ritornare a sorridere e far sorridere.

Dispiace pensare che sia stato solo una meteora,splendente per qualche stagione, ma come tutte le più belle cose, è durato “solo un giorno come le rose”. Però questa poesia che Ronaldinho trasmetteva in campo l’hanno percepita anche all’Accademia Brasiliana che ha assegnato la laurea Honoris causa in lettere moderne al ragazzo, perché si sa che la poesia ha diverse declinazioni e saperla estrinsecare attraverso la propria arte, a volte è non solo un atto dovuto alla comunità ma anche un momento di conciliazione tra il divino ed il terrestre. Proprio questo era Dinho per il calcio fino al momento del suo ritiro: arte e Thanatos avvinghiati alla sfericità delle prodezze stesse, sperando che l’equilibrio non fomentasse l’inevitabile sentimento di autodistruzione che un bambino delle favelas non riuscirà mai ad accantonare. La vita extra calcistica ha accelerato il processo di declino del Ronaldinho uomo di sport, ma ha incredibilmente fomentato quello del Ronaldinho dio della religione del futbol.

Questo è quello che ricorderemo sempre come O mago, un calciatore che con la sua magia ha affascinato milioni di tifosi e unito in un unico caloroso applauso anche i suoi avversari (a volte quasi nemici) in campo.


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