Le origini di Zemanlandia

Aggiornamento: 22 nov 2020

Un tenue fumo, iniziava a dipanarsi e a rendere l’aria un po’ meno pesante; la sigaretta veniva stropicciata in un posa cenere sotto gli sguardi distratti dei due astanti, al centro dell’attenzione c’era lui, un 39enne boemo, quasi sconosciuto alle grandi platee, ma ricco di idee e di convinzioni, c’era Zeman. A quel tavolo sedevano anche Luciano Moggi, e Riccardo Sogliano, direttore sportivo del Parma, pronto ad offrire all’allenatore un contratto per la panchina dei ducali, investendo lo stesso dell’arduo compito di sostituire un certo Arrigi Sacchi. Poco più in là, a scrutare quella scena c’era un cameriere, situazione normale in qualsiasi contesto di ristorazione, ma non quel giorno considerate le implicazioni che questo avrebbe portato. Si, perché il cameriere, nei panni di James Bond, raccontava al presidente del Foggia Casillo per filo e per segno tutto quello che succedeva al tavolo incriminato. Il presidente Casillo, era rinomatamente un uomo astuto, ma anche molto impulsivo e diretto e sapendo di quell’incontro, colmo di un fervore mosso da gelosia e ferito da una sedicente ingratitudine del tecnico boemo, non riconoscente di essere, a suo dire, stato protetto dal presidente stesso quando i tifosi volevano la sua testa servita su un piatto di argento, decideva poche settimane dopo di esonerare Zeman. Così nell’estate del 1987 terminava l’avventura di Zeman sulla panchina del Foggia, La prima.

Ma questo era solo l’inizio quasi inevitabile di quello che poi sarebbe passato alla storia come il parco divertimenti più bello e spettacolare in Italia: Zemanlandia.

Per raccontare zemanlandia ci vogliono alcune digressioni e flash forward per riuscire a riprodurre in maniera quasi vorticosa e sincera l’estro e la genialità espresse; anzi sembra essere l’unico modo plausibile.

1983, Sicilia, Licata: serie C2

Il Licata ha appena esonerato il suo allenatore Magagnotti e ha affidato la panchina a Zeman, che inizia a predicare le sue idee, covate e maturate negli anni di esperienza con le giovanili del Palermo, che ha rifondato con non poche difficoltà: campi in terra battuta di dimensioni non regolamentari, palloni di plastica e cancelli usati in luogo delle canoniche porte. Questo clima disastrato crea un gruppo coeso e forte al quale l’allenatore si lega particolarmente tanto da portarlo al Licata in massa. Gli inizi in una serie diversa da quelle giovanili crea qualche difficoltà che si tramuta in malumore specialmente nei tifosi, quasi sempre riottosi alle novità. Il grande problema è quello della linea del fuorigioco, sempre alta, che però sembra non funzionare. Gli altri due credo incrollabili per il tecnico boemo sono il 4-3-3 e la zona, perché?

Secondo le sue parole la zona crea le condizioni ideali per giocare che si completano con l’ottima disposizione in campo che il 4-3-3 fornisce, ovvero triangoli in tutte le aree garantendo sempre tre appoggi al portatore di palla e poi la possibilità di attaccare immediatamente gli avversari, in fase di non possesso.

Dopo un minimo di ambientamento, il Licata inizia a volare sulle ali dell’entusiasmo e guadagna la salvezza. Tutti si divertono ammirando il meccanismo perfetto che la squadra ha oliato, gioco fluido e veloce, dinamico e pieno di gol. Queste caratteristiche si confermano anche l’anno dopo grazie a nuovi innesti che rendono il Licata una vera e propria rappresentativa sicula, in cui ogni giocatore proviene solamente dalla trinacria (tra questi figura anche il cugino di Totò Schillaci).

Vittorie su vittorie si collezionano con ineluttabile semplicità fino alla conquista del campionato e quindi della promozione. L’anno dopo è serie C1 e il tecnico e la squadra iniziano ad attirare l’attenzione mediatica anche dai piani alti della serie A, ma la stagione in C1 è l’ultima di Zeman in Sicilia dopo anni passati all’ombra della cultura sicula, si sposterà a Foggia.

Qui si forgia la prima squadra di calcio plasmata ad immagine e somiglianza del tecnico, nasce il parco divertimenti zemanlandia.

1989

A seguito dell’ennesima sconfitta, i tifosi non trattengono più la loro rabbia e vogliono affrontare a muso duro la squadra. Casillo offre una via d’uscita laterale per evitare che la squadra passi dalle forche caudine ma per Zeman non è plausibile un gesto tale. Lui esce dall’ingresso principale a testa alta e senza paura, passa in mezzo al gruppo gremito di tifosi attoniti e consente in questa maniera alla squadra di poter uscire dall’ingresso secondario senza avere alcun disturbo. Zeman è anche questo, un accentratore, un parafulmine e un uomo spogliatoio.

Così si possono anche spiegare le infinite trasferte in pullman in cui era prassi giocare a carte e cementare i rapporti umani, perché una squadra è fatta di uomini coesi che viaggiano verso un unico intento. La sofferenza è un aspetto secondario, ma fondamentale per rinsaldare il valore umano ed ecco che le corse sulla sabbia e i gradini fatti con i pesi in spalla sono non solo un mezzo di preparazione atletica ma anche di preparazione psicologica e sociale: gli allenamenti di Zeman funzionano sia dal punto di vista fisico che emotivo, poche altre squadre riescono ad essere così in forma.



1966-1972

Zdenek approda in Sicilia seguendo suo zio, affamato di calcio e di novità, ma consapevole che lascia alle spalle degli affetti che non vedrà per lungo tempo.

In Sicilia inizia a capire le sue vere passioni e a plasmare la sua identità in accordo con queste:impulsivamente decide di iscriversi all’ISEF e tra un’estate presso gli zii e l’anno accademico a casa sua, si laurea (nonostante le vicissitudini conseguenti alla Primavera di Praga) in modo tale da avere le competenze necessarie per potersi dedicare anima e corpo al calcio. Caso curioso è che però decida di seguire la specializzazione in pallavolo e non in calcio. Finirà l’ISEF in Sicilia, tra una partita di pallavolo e l’altra e degli allenamenti di preparazione atletica impartiti a formazioni di calcio amatoriali.

Nel frattempo ogni volta che sono insieme a Palermo, lo zio lo porta a vedere allenamenti e a conoscere l’ambiente spogliatoio per far sedimentare e razionalizzare il sogno in qualcosa di più prettamente pratico fino a che arriva la chiamata della Juventus

e le strade si devono nuovamente dividere. Questa volta non è un male per il giovane boemo, che in questa maniera diventa spettatore privilegiato di una realtà incredibilmente vincente e ha la possibilità di crescere e sviluppare le proprie idee in autonomia. Il confronto con quanto detto dallo zio a Torino gli torna utile per poter avere un raffronto e capire la validità delle sue congetture calcistiche.

Lo zio sarà un grande allenatore, forse poco fortunato e quindi poco ricordato tra le file dei tifosi della vecchia signora, ma questa è un’altra storia.

Tutto quello che Zeman ha appreso lo ha fatto anche grazie alla Juventus. La sua vicinanza a quell’ambiente diventerà un’ombra che poi però si porterà dietro. La Juventus post Trapattoni pensava di affidare a Zeman, reduce dalla stagione positiva con il Licata, la squadra, ma poi la paura del fallimento e della follia hanno fatto il resto.

Dal canto suo il boemo, nelle stagioni passate all’ombra dei colori rossoneri foggiani, esperirà cosa voglia dire giocare contro la Juventus anche in termine di decisioni arbitrali sempre a suo detrimento. Da allora, quella piccola crepa tra le due parti incomincerà a diventare un burrone incolmabile la cui voragine risucchierà tutto in vorticose ed infinite polemiche e frecciatine.

1989

Cade il muro di Berlino e Zeman, ha la concessione dal presidente Casillo di poter andare ad abbracciare la sua famiglia, volando col il jet del presidente stesso. Questo episodio è la svolta emotiva che permetterà al tecnico di poter vivere serenamente e con fiducia il suo lavoro con I satanelli, fino ad allora parco di soddisfazioni sul campo

1988-1989: apre le porte Zemanlandia.

La solidità familiare l’ha portato a riprendere imperterrito le fila del suo progetto.

Nell’estate del 1989 il presidente, l’allenatore e il ds avevano iniziato il processo di costruzione della squadra, completamente da rifondare: per ogni ruolo la scelta ricade sempre sul giocatore meno costoso, ma questo non incrina la validità del progetto supportata dall’idea del lavoro come impagabile compagno. Cambia la filosofia dell’allenamento, sudore e sofferenza diventano i compagni dei calciatori mentre salgono le gradinate dello Zaccheria con Sacchi ricolmi di sabbia. La vigoria atletica non è un’opzione, ma la solida base per creare un gioco dinamico e fluido e Zeman assilla i suoi su questo principio, rendendo un gruppo di calciatori, un gruppo di stacanovisti: “Importa perché corri”, la quantità è lapalissiana se la vera domanda è ontologica.

In questa maniera le carriere dei professionisti diventano indirizzate al raggiungimento di qualche risultato, che si traduce in 8o posto.

C’è il nuovo anno e una nuova campagna acquisti e un nuovo ritiro estivo (Val Pusteria). Questa volta non è più una squadra di seconde, anzi terze scelte ma di scommesse, arrivano Baiano da Napoli (con addirittura vanta una presenza in Champions al Bernabeu ), Signori e Rambaudi. Con quattro turni di anticipo arriva la promozione in serie A.

Gol, spettacolo e divertimento aspettano impazienti la serie A e per tre anni, il Foggia è la più bella favola, ma fragile come i sogni si ridesta sul più bello, fallendo per pochi punti la qualificazione in coppa UEFA.

Il resto è storia e Zeman, da allora non può che essere ricordato come il maestro.

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