LA RINASCITA URUGUAYA

Aggiornamento: 16 set 2020

Sin dagli albori la storia della giovane República Oriental del Uruguay è stata segnata dalla lotta e dalla guerriglia nella strenua volontà d’ottenere l’indipendenza dai due giganti che, geograficamente e politicamente, l’accerchiano. Il suo Popolo forgiato nell’asprezza dei continui pericoli esterni e interni è divenuto così padrone d’uno spirito temerario e guerriero che si è poi sempre traslato perfettamente nel rettangolo verde più amato del mondo. Ma se le tue origini risiedono nel nobile sangue degli indigeni Charrúas, nella mentalità impavida dei conquistadores Iberici e nella fiera fermezza degli esuli Italiani, allora quell’immane forza e quell’eroica predisposizione alla sofferenza sono di già un’ovvia conseguenza. L’amore per il calcio nacque subito nel piccolo Stato sudamericano, dove, qui, più che in altre realtà limitrofe anche i popoli ‘poveri’ di sua maestà potettero dire la propria, soprattutto gli Scozzesi. Questi portarono dalla propria terra uno stile di gioco ben diverso da quello ‘lancio lungo e corsa sfrenata’ brevettato dagli inglesi, il loro, infatti, era improntato molto più sul passaggio breve, sul rispetto della posizione e sul massimo controllo di sé e degli avversari. La prima vera squadra fu fondata nel 1891 da alcuni allievi della scuola inglese di Montevideo e venne denominata ‘Albion’. Quest’ultimi furono anche i primi a vincere una partita fuori dal territorio nazionale, ovviamente in Argentina dove sconfissero il Retiro per 4 reti a 1. Gli Uruguayi furono così entusiasti della vittoria che decisero di utilizzare le maglie dei ragazzi britannici (a strisce rosse e blu) per le prime partite della loro nazionale. Sono molte le società fondate da giovani studenti nel pieno fermento di questa passione appena sbocciata, massimo esempio ne è il Nacional che tuttora domina la massima serie; ma l’epopea del calcio uruguayo non passa solo dalle squadre scolastiche ma anche da quelle legate al dopolavoro delle stazioni ferroviarie e del porto, centri fondamentali per lo sviluppo economico d’un paese di recentissima istituzione. I tanti britannici presenti nel settore furono abili maestri e da questa improbabile unione sassone/ latina nacquero il River Plate e il Peñarol. Il primo ha poi consegnato alla Celeste il suo definitivo colore, nel 1910 infatti l’AUF (Asociación Uruguaya de Fútbol) scelse proprio di giocare definitivamente con la seconda maglia del club più vincente di quell’anno. Le fortune del River però svanirono presto, mentre quelle del *Peñarol persistono tutt’ora, tanto da detenere il record di campionati di massima serie conquistati: 52. Sulla base di queste molteplici e speranzose realtà si costruirà il dominio dei Charrúas nelle competizioni internazionali di inizio ‘900. Difatti essi ‘salieron campeones’ nelle Olimpiadi del ‘24 e ‘28 e nei mondiali ‘30 e ‘50. Dalla seconda metà del secolo scorso però i trionfi internazionali si sono limitati alla competizione continentale in cui più di una volta la Celeste è riuscita nell’impresa di surclassare squadre alla vigilia ben più quotate. L’Uruguay detiene infatti il record di Copa America sollevate, ben 15, a dispetto delle 14 argentine e delle ‘sole’ 9 verdeoro. Tenendo a mente che gli abitanti dello Stato rioplatense sono solo 3 milioni e mezzo, quelli dell’Argentina 44 e quelli del Brasile 209, le vittorie uruguaiane sanno sempre di miracolo sportivo, anche se in realtà nelle loro imprese c’è davvero poco di soprannaturale e molto della loro storia e mentalità. Eppure questa *garra che si è espressa continuativamente così bene nel torneo sudamericano ha iniziato a difettare sul palcoscenico mondiale ove dopo l’ultima semifinale nel 1970 persa contro lo stellare Brasile dei ‘5 10’ non si sono più superati gli ottavi di finale sino al 2010. Infittisce ancor più il mistero la vittoria nel 1980 del ‘Mundialito’ organizzato dalla giunta golpista a Montevideo per rilanciare l’immagine del Paese. Il torneo prevedette la partecipazione di tutte le nazionali vincitrice di un mondiale, con l’unico forfait dei soliti Inglesi che permisero così all’Olanda di subentrare. Il livello della competizione fu ovviamente altissimo e gli Uruguayi a scapito dei pronostici, ancora una volta, ne uscirono vittoriosi sconfiggendo in finale l’eterno rivale auriverde. Ma questo non fu che un lampo in un cielo plumbeo. La vera rinascita è stata rimandata proprio a quel pazzo torneo africano di dieci anni fa. I protagonisti Nella tradizione sudamericana la figura del *Caudillo ha sempre avuto largo spazio ed ha ispirato inattesi rivolgimenti e rocamboleschi colpi di Stato. In Uruguay, dove il calcio è in toto vita, la personalità del comandante non può non trovare la propria collocazione anche sul manto erboso. Tutte le grandi selezioni nazionali hanno avuto il loro Caudillo, nel ’24 ’28 e ’30 il leggendario Nasazzi ‘el gran *Mariscal’, nel ‘50 Varela, l’uomo de ‘los de fuera son de palo’ (quelli lì fuori non esistono) riferito ai 200 mila brasiliani sugli spalti del Maracanã. Ecco, questa rosa del mondiale sudafricano ha sicuramente il suo eccezionale condottiero, un uomo che non conosce la resa, che vive per onorare la maglia, un capitano: Diego Lugano. Se puoi permetterti di tenere in panchina, un seppur giovane, Diego Godin vuol dire che lì davanti all’area schieri una parete granitica. Il difensore natio di Canelones ha sempre giocato più con gli occhi che con i piedi. Il suo sguardo impenetrabile e sicuro è sempre lì, fermo, pronto a risollevare l’animo dei compagni, a richiamarli all’attenzione, a spingerli ad aggredire con ancor più veemenza.

Questo Uruguay però, più di tutti gli altri, vive di inattesi fendenti letali. Ora, se di giocatori dall’eleganza di el Principe Enzo Francescoli (non a caso idolo d’infanzia di Zinedine Zidane) e dalla agilità de la Maravilla negra Josè Leandro Andrade non se ne sono mai più visti, l’attacco Celeste schiera tre punte di diamante che intimidirebbero anche i più convinti catenacciari. Luis Suarez, Edinson Cavani e Diego Forlan formano il tridente offensivo più forte del Mondo. Il folto centrocampo di quantità è costruito difatti per supportare le rapaci incursioni dei tre, che coniugano nel loro repertorio una precisione e rapidità eccelse ad una corsa e sacrificio commoventi: il perfetto mix di tecnica e volontà tutte uruguaye. El *Cacha è sicuramente la guida tecnica e punto di riferimento emotivo per l’ovvia maggiore esperienza, el *Matador l’incursore inatteso e mina vagante, el *Pistolero il finalizzatore e uomo di

sponda e profondità. Il meraviglioso percorso sudafricano de la Celeste non passa però solo dalle gambe, dall’organizzazione tattica e dal talento, ma soprattutto, come solo qui può avvenire, dall’anima: e l’anima di questa Selección è el *Maestro, Oscar Washington Tabarez. Un altro concetto tutto sudamericano, sulla falsa riga del Caudillo in mezzo al campo, è, in panchina, il cosiddetto ‘Hombre Vertical’. L’epiteto di uomo verticale cela un significato che va ben oltre il nostro consumato uomo tutto d’un pezzo. L’Hombre Vertical è quello che un essere umano deve essere ed è propriamente destinato a divenire per compiere la propria essenza; è quello che Nietzsche chiamerebbe l’Übermensch, Platone il filosofo, Budda l’Illuminato, un’entità pienamente cosciente parimenti della sua libertà e dei suoi oneri, che sa indicare, non solo a sé, ma a tutta la comunità, senza timori di sorta, la strada della propria sola natura. Tabarez è un Hombre Vertical e a dirlo non è solo la dignità con la quale sta dimostrando d’affrontare un male subdolo, ma lo è soprattuto il modo in cui ha cercato di carpire in tutta la sua vita, per sé e per il gruppo di giovani uomini al suo seguito, la lezione più grande ed ineffabile, cosa voglia dire esser profondamente e sinceramente sé stessi. Il suo viso truce e malinconico scoprono le sofferenze della sua terra, la sua gioia veemente ed eppure sempre composta porta con sé quella rivalsa che il suo popolo ha saputo trovare in uno stadio più che in ogni altro luogo dell’Universo.

Una sola partita per riassumere perfettamente il percorso e lo spirito di questa Selección: i quarti di finale contro un Ghana durissimo, che aveva dalla sua tutto un Continente. Primi 45’ dominati dall’ottimo palleggio celeste squarciato talvolta da fulminee ripartenze ghanesi. È proprio nell’ultima di queste, appena prima di rientrare negli spogliatoi, che Muntari trova un goal da 30 metri gelando Muslera e i tutti cuori latini. Nei primi minuti della ripresa la gara è equilibratissima, serve un colpo di genio di uno dei tre fuoriclasse per ribaltare le sorti. Al 54’ Fucile guadagna una buona punizione nei pressi dell’area di rigore ma è troppo defilata sulla sinistra per pensare ad un tiro diretto in porta; è invece un’ottima posizione per crossare al centro, ma Forlán, in piena fiducia nel suo destro, decide comunque di tentare l’impossibile. Il famoso Jabulani aiuta, ed il tiro assume la traiettoria d’una parabola illeggibile. Goal. I ragazzi di Tabarez non mollano mai. El Cacha continua a deliziare con tocchi pennellati e galoppate elegantissime, ma gli Africani sanno di poter scrivere una pagina di storia meravigliosa e non indietreggiano di un centimetro. Suarez ha almeno tre occasioni per chiuderla ma Kingsley è sempre attento e preciso. Si va ai supplementari. Il maestro catechizza i suoi, sa che è il momento di tornare tra le grandi. I ragazzi in celeste l’accerchiano come un’onda che da placida si fa inarrestabile, pronti a trascinarlo sulle spiagge della gloria. Sugli spalti si prega, in campo si lotta come gladiatori. Il suono incessante delle vuvuzelas accompagna la spinta delle stelle nere che negli ultimi minuti si fa più opprimente. All’ultimo minuto dei tempi supplementari i Ghanesi ottengono un calcio di punizione sulla destra. Paintsil la scodella a centro area, Boateng ne allunga la traiettoria, la palla carambola impazzita finendo tra i piedi di Appiah che in girata batte a colpo sicuro da 2 metri. Ma lì a difendere i suoi c’è Luis Suarez, uno che ha tanta garra quanta classe. La palla torna al centro e Adiyiha ci si fionda anticipando tutti, Muslera è fuori, mal posizionato, e Suarez si trova costretto a sacrificarsi per salvare nuovamente i suoi: para con le mani e viene subito espulso. Rigore per il Ghana a tempo scaduto. Asamoah Gyan posiziona la palla sul dischetto, ha nei suoi piedi la possibilità di aprire all’Africa tutta le porte d’un sogno. Si infrange contro la realtà della traversa. Suarez esulta a bordo campo come quando da bambini tua mamma non scopre per un caso fortuito una tua malefatta. Gyan è perso nello sguardo e nello cuore. La mano de Dios è tornata ed è ancora sudamericana. Sarà la crudele freddezza dei rigori a decidere chi andrà avanti. Segnano tutti, anche Gyan che trova subito la redenzione, sino al terzo rigore di Mensah. Tocca a Pereira, spedisce il pallone in curva. Adiyiha si fa ipnotizzare, si resta sul 3-2. Così, la palla della vittoria è nei piedi di el *Loco Abreu. Ai più l’attaccante non dirà nulla, ma in Uruguay tutti sanno fin troppo bene chi è e soprattutto il perché di quel soprannome. Sebástian è uno di quelli che non conosce la razionale paura che assale nei momenti che appartengono al solo fato. Sebástian è quel tipo di uomo che i brividi li fa venire più che provarli. Lui è il loco e se ha un rigore decisivo, che sia nella partita del torneo scolastico a Minas o il campionato del Mondo di calcio, lui, fa il cucchiaio. Tutti nei dintorni dell’estuario del fiume d’argento sanno che andrà così. Ed è così che va. El loco la alza appena, Kingsley si tuffa alla sua destra. Goal. La follia, l’agonismo, la classe: la Celeste. C’è gente che tifa Uruguay e ci sono tutti gli altri ed io vi auguro di essere sempre nei primi.

*da Villa Pinerolo un appezzamento di terra che fu comprato da un italiano di Pinerolo (cittadina torinese), divenuto poi un quartiere di Montevideo

*=artiglio *dal latino capitellum, diminutivo di caput=testa *el Mariscal (il Maresciallo) *el Cachavacha (dal nome di una famosa strega dei cartoni animati latinoamericani a cui assomiglierebbe). *el Matador (per la freddezza sotto porta). Cavani ha anche un altro soprannome el Botija=il bambino (per il viso glabro) *el Pistolero (per i colpi di pistola che spara contro la porta avversaria). L’altro soprannome di Suarez è el Conejo=coniglio (per la sua tristemente famosa dentatura sporgente) *el Maestro (poichè Tabarez è stato maestro oltre che calciatore) *el Loco (se non si è già capito non saprei come fare altrimenti)


ANDREAS

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