La grande Viola

Il calcio italiano dominatore degli anni ’30 lasciò presto spazio ad un’epoca di penuria in campo internazionale. Le più floride speranze del nostro movimento erano tutte riposte nel grande Torino, senza alcun dubbio la squadra più forte del mondo nel decennio ‘40. Purtroppo il tragico epilogo di Superga spazzò via in un attimo il sogno del nostro terzo successo mondiale consecutivo dopo lo stop causato dalla guerra. Lo shock fu tale che i dirigenti Azzurri scelsero di raggiungere il Brasile per il mondiale del ’50 via mare. La traversata omerica diede l’ultimo colpo ferale ad un movimento già distrutto psicologicamente e materialmente. Il calcio stava cambiando repentinamente al ritmo frenetico della rinascita postbellica ed era necessario essere pronti ad innovazioni continue. Di Stefano, arrivato a Madrid, stava rivoluzionando per sempre il sistema di gioco spagnolo, improntandolo su palla a terra e sfacciataggine offensiva. Il dominio continentale blanco dimostrò presto che la Saeta Rubia aveva ragione: si dovevano scardinare le vecchie logiche tattiche improntante su una cervellotica fase difensiva. Il ‘metodo’ di Pozzo stava scomparendo in favore del più moderno ‘sistema’ ideato da Chapman. Lo stesso grande Torino era costruito sulla base delle idee del leggendario allenatore dei Gunners. Il modulo WM (3-2-2-3) più improntato sul possesso della palla e su una costruzione articolata del gioco (carpet football) iniziò ad essere preferito anche in Europa continentale, sopratutto da squadre dell’alto tasso tecnico, come la grande Ungheria di Puskás. Il classico italiano WW (2-3-2-3) persistette in campo nazionale divenendo lentamente il modello prediletto dalle squadre provinciali, estremizzandosi infine nel catenaccio. Dopo il grande Torino le prime applicazioni innovative del sistema nacquero in Italia per mano di Fulvio Bernardini e della sua Fiorentina. Bernardini era stato un grande giocatore, nato come centravanti nelle fila della Lazio, arretrato a centrocampo nell’Inter a causa dell’ascesa inarrestabile di Meazza. Le sue doti di tecnico furono subito evidenti, fu infatti proprio lui il primo a notare l’immenso talento del giovane attaccante milanese, segnalandolo subito all’allenatore della prima squadra Árpád Weisz. Divenne poi una bandiera della Roma, legandosi per un decennio ai colori giallorossi, prima di intraprendere la carriera di allenatore.

(Bernardini in panchina)

Nel 1953 accetta la proposta della Fiorentina, iniziando a costruire una rosa per sfidare il dominio milanese e torinese. Il suo sistema elastico, fondato sulla rotazione delle posizioni in fase difensiva e sul passaggio nello spazio, in profondità, in fase offensiva, trovò massima espressione nel 1956, quando grazie ad una squadra di interpreti eccezionali i viola conquistarono il loro primo scudetto. L’innovativo 3-2-2-3 poteva contare tra i pali sul giovane Sarti, futuro pilastro dell’Inter pluricampione d’Europa di Helenio Herrera. La linea difensiva a tre formata da Magnini, Rosetta e Cervato, giocatori di altissimo spessore fisico e tecnico. Cervato, dietro Facchetti, è il terzino che ha segnato più goal in serie A (45), e detiene ancora il record di rigori realizzati in maglia viola (19). In due in mediana erano il difensivo Chiappella, dotato di grande senso tattico, dimostrato poi anche da allenatore e l'offensivo Segato, dedito alla creazione del gioco. I due interni di centrocampo erano Gratton e Montuori, cuore e motore della squadra. Miguel Montuori fu inoltre il primo giocatore di colore a vestire la maglia azzurra. Nato a Rosario, in Argentina, da padre napoletano e madre afro-indigena non trovando il meritato spazio sui campi natii si avventurò in Cile, dove conquistò un campionato nazionale con l’Universidad Católica. Qui fu notato da Padre Volpi, un ecclesiastico italiano con un passato nel calcio, che lo segnalò ai dirigenti fiorentini. Le fasce erano occupate da due ali con compiti diversi: il meraviglioso Julinho e il costante Prini. Julinho fu acquistato nel 1955 dalla Portuguesa di San Paolo, spacciato come oriundo di lontane discendenze toscane. È tutt’ora considerato la migliore ala destra della storia del calcio brasiliano dietro quel mostro sacro di Garrincha. Tecnico, veloce, dal cross preciso e letale, era un incubo per le difese avversarie. Julinho giocò lo sfortunato mondiale 1954 e non bissò la partecipazione nel 1958 solo perché ormai giocatore militante in Europa. A quel tempo la federazione brasiliana puniva coloro che abbandonavano il campionato verdeoro impedendone la convocazione in nazionale. Julinho però in patria era amato a tal punto che l’opinione pubblica costrinse i dirigenti a chiudere un occhio, fu lui stesso a declinare la proposta: era fermamente convinto che i suoi compagni rimasti in Brasile meritassero più di lui di difendere i colori verdeoro. Prini era invece un esterno poco tecnico ma di grande intelligenza tattica, ricoprì dunque il ruolo di mediano aggiunto, compensando le continue galoppate di Montuori e Julinho. L’unica punta era Virgili, attaccante rapido e con ottimo senso del goal. Pecos Bill fu letale nella sua parentesi toscana, segnando 60 reti in 110 partite, deliziando più volte il pubblico del Comunale con le sue spettacolari mezze rovesciate.

(Montuori, Julinho e Virgili)

La squadra vinse il campionato con una facilità disarmante, distanziando di ben 12 punti il Milan secondo. Persero un’unica partita, l’ultima, contro il Genoa a stagione ormai conclusa. Il trionfo nazionale permise loro di qualificarsi alla seconda edizione della Coppa dei Campioni, competizione appena nata che accoglieva le vincitrici dei più importanti campionati nazionali europei. La Fiorentina iniziò la stagione 1956-57 con un ulteriore impegno, la Coppa Grasshoppers, conclusasi quell’anno con la vittoria viola. Questo primo esperimento di integrazione europea nato nel 1952, al quale parteciparono Fiorentina, Dinamo Zagabria, Shalke 04, Nizza, Grasshoppers e Austria Vienna, durò 5 anni e naufragò conclusasi la prima edizione. La viola dovrà cedere il campionato al Milan, arrendendosi in entrambi gli scontri diretti. Il secondo posto finale dimostrerà ancora una volta il livello eccelso della squadra. Ma c’è anche una Coppa Campioni da giocare. Il primo ostacolo è il forte Norrköping campione di Svezia, squadra in cui è sbocciato, tra gli altri, Niels Liedholm. La Fiorentina soffre ma passa il turno, 1-1 in terra scandinava ed 1-0 in casa. Nei quarti di finale l'avversario è il Grasshoppers, squadra compatta da non sottovalutare. I viola l'hanno imparato già a loro spese nella Coppa organizzata proprio dagli Svizzeri. I ragazzi di Bernardini ipotecano il passaggio del turno con un 3-1 e limitano i danni in terra elvetica chiudendo l’incontro sul 2 pari. Il penultimo atto della competizione li pone difronte alla leggendaria Stella Rossa. A Belgrado Julinho semina il panico nella difesa jugoslava e all’88º Prini riesce a sbloccare il risultato. Lo 0-0 del Franchi nel match di ritorno basta a raggiungere la finale. Il Real Madrid ha sconfitto il Manchester United di Busby ed è pronto a difendere il titolo. Il 30 maggio 1957 lo stadio Bernabeu è un teatro degno delle quadrighe al Circo Massimo. 124 mila uomini e donne sono assiepati sugli spalti per ammirare le gesta delle migliori squadre del continente. La Fiorentina scende in campo con un particolare 3-2-4-1 un po’ più conservativo del solito, cercando di compensare l’assenza di Prini sostituito dal più offensivo Bizzarri. L’infortunio di Chiappella pochi giorni prima della finale costringerà inoltre Bernardini a scegliere il giovane Scaramucci in mediana. Il Real Madrid è una squadra stellare, Di Stefano è sicuramente il più forte giocatore al Mondo e con Kopa, Gento e Rial forma un reparto d’attacco devastante. I Viola però affrontano quell'atmosfera infuocata senza alcuna sudditanza. Il primo tempo è incredibilmente equilibrato, i campioni d’Italia dimostrano tutta la loro organizzazione e talento. Il risultato finale non appare più così scontato e i Blancos sono spesso in difficoltà. Ma la forza dello squadrone madrileno è anche nella grande capacità di controllo. Al 69’ Mateos riesce ad aggirare la difesa viola e tutto solo davanti a Sarti viene abbattuto da Magnini al limite dell’area. Calcio di rigore. Di Stefano sul dischetto, non sbaglia, 1-0 Madrid. La Fiorentina si getta all’attacco, sa che l’impresa è ancora possibile, ci crede, ma gli Spagnoli sono troppo esperti. Si chiudono, li aspettano e con una ripartenza fulminea Gento raddoppia. Gli ultimi disperati tentativi viola non riescono a riaprire la partita, il Real Madrid è nuovamente campione d’Europa. La grande Fiorentina continuerà negli anni seguenti a lottare per le posizioni di testa della Serie A, non riuscendo però a bissare il successo del ’56. Bernardini conquisterà un altro scudetto con il Bologna nel 1964, allenando infine anche la Nazionale. Avversato dall’opinione pubblica che lo riteneva non congegnale al rinnovamento generazionale fu sostituito nel 1977 da Bearzot. La sua Viola, pur sconfitta, resta nella storia, non solo per la sua modernità tecnico-tattica, ma anche per essere stata la prima squadra italiana ad approdare in finale di Coppa Campioni, simbolo di un calcio fatto di idee che sempre meno si addice al nostro presente.

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