La Estrella del Fútbol, Riquelme

Aggiornamento: 10 feb 2021

Per tutti i tifosi di calcio, la bandiera Argentina dovrebbe avere due soli raffigurati tra le bande azzurre: uno dei due è inevitabilmente il dio del calcio, Maradona, l’altro il Maestro, La Estrella del futbol, Juan Roman Riquelme. Andando ad analizzare i calciatori argentini, non si trova un giocatore, tra quelli mortali, più amato ed osannato di Riquelme, finanche Messi a volte passa in secondo piano dietro alle giocate incredibili del giocatore di Buenos Aires. Quasi tutti i trequartisti, centrocampisti e seconde punte contemporanee del paese dove il calcio è venerato, hanno almeno una volta dichiarato di essersi ispirati alla classe cristallina di Juan Roman.


Cosa lo rendeva tanto unico? Un giocatore sempre timido e introverso, a tal punto da rifiutare a più riprese, da bambino le avance del Ferro Carril Oeste. Era talmente forte che il selezionatore di questa squadra cercava di allettarlo ripetutamente fingendo di essere l’osservatore di qualche club argentino più blasonato. Ma la modestia e l’umiltà sono sempre stati propri del mudo che così ha continuato la sua carriera fatta di campetti, famiglia e Buenos Aires. L’aria di quei quartieri lo ha accolto e cresciuto fino a farlo approdare inevitabilmente agli Argentinos Juniors, squadra circondata da un alone mistico perché luogo di esordio dell’altro sole argentino. Dopo qualche sprazzo di talento, le attenzioni delle due grandi squadre di Buenos Aires furono tutte sul destro e sull’estero del ragazzo: la scelta, ovviamente, gli Xeinezes. Questa avventura con la maglia che splendeva della stessa brillantezza dei suoi occhi scuri all’esordio alla Bombonera non è stato altro che il viatico per una cartiera di grandi successi. Copa America e mondiale Under 20 da protagonista, e con la guida di Carlos Bianchi arrivano le Copa Libertadores ed una Coppa Intercontinentale contro il Real Madrid: risultato finale 2-1 per gli Xeinezes e prestazione da incorniciare per El maestro. Un lancio di 50m a scavalcare tutta la difesa a servire Martin Palermo e gol. Questa la cartolina con cui Riquelme si è presentato in maniera ufficiale al mondo europeo. Si è detto ripetutamente che Riquelme è stato l’ultimo vero diez del calcio, anarchico, senza una posizione in campo, ma che seguiva il gioco e vedeva spazi dove nessun altro riusciva a leggerli. L’intuizione fu di Carlos Bianchi, non a caso rimasto nel cuore dell’argentino: giocare dietro le punte in qualsiasi zona del campo volesse, perché se voleva, sapeva ferire gli avversari. Se aveva in squadra un attaccante valido, sapeva farlo rendere al meglio fornendo assist su assist, come un panettiere la mattina al caldo del suo forno.


(Fonte Twitter)


La prestazione incredibile contro il Madrid, è stata il biglietto da visita che è arrivato dritto in Catalogna, sponda Blaugrana. È il 2003 e Van Gaal dirige con la sua proverbiale pragmatica saggezza i catalani. Riquelme, timido e non troppo prestante fisicamente per il calcio europeo viene schierato come esterno d’attacco. Chi ha assaggiato l libertà e che vede la porta, un cambio tanto repentino di prospettiva è sicuramente un trauma. Le costrizioni della tattica, le posizioni ne limitano l’impiego, così come il difficile rapporto con il mister. Così poche presenze e la cessione al Villarreal. Tutti si chiedono cosa sarebbe stato se Riquelme avesse fatto breccia nel cuore dell’olandese, il Barcellona avrebbe avuto un attacco all’insegna del genio: Ronaldinho e Riquelme a servire Eto’o. Ma L’argentino è un uomo solido, solitario ed emotivo e se non entra in sintonia umana con qualcuno, non sente di dover dare il massimo, o almeno spiegazioni, così è se gli pare. Purtroppo in questa maniera il calcio ha perso la possibilità di un progetto di anarchia al potere, un vero e proprio sogno idilliaco di rivoluzione e fantasia.


A dispetto di quanto successo con Van Gaal, Manuel Pellegrini, qualche anno dopo, invece seppe tirare il meglio fuori dal ragazzo, tanto è vero che con il submarino Amarillo, ha sfiorato l’impresa della finale di Champions, che era lì, ad un rigore di distanza. Rigore che proprio il maestro ha fallito. Ma questa rientra nell’epica eroica, in cui la profezia si avvera, un giocatore che sta arrivando al traguardo inciampa nella propria stessa ambizione e cade nei propri timori per essere ricordato come eroe umano, mortale, vicino a tutti. Quello che però lo rende un sole che splende è la sua naturalezza, quella con la quale ha tenuto gli avversari a distanza tenendo i piedi piantati per terra, con la quale decideva di accelerare o rallentare, con la quale in qualsiasi modo la decisione la prendeva lui, anche forte, anche deleteria o rischiosa. Infatti, solo chi si assume determinate responsabilità può sbagliare, così quel team che aveva portato fino all’ultimo gradino prima della vetta, è caduto per sua stessa colpa. Nessuno però ha mai osato colpevolizzarlo, già solo per le grandi emozioni che ha regalato al calcio e ad un’intera città, e per aver reso Forlan quell’attaccante che è stato grazie ad una sequela infinita di assist. Forlan ha avuto la stessa fortuna di Palermo, nel diventare capitalizzatore di tutte le attenzioni del diez e, come l’argentino, l’ha sfruttata al meglio.


(Fonte: elmundo.es)


Il figliol prodigo è poi voluto Ritornare al Boca per 7 anni (2007-2014) prima di terminare l’ultimo anno agli Argentinos Juniors, nuovamente. Questa scelta di cuore, l’ha portato a vincere altri trofei, motivo per il quale in un sondaggio dei tifosi è risultato essere lui il calciatore più amato della storia del Boca. Non sarà stato Di Stefano o Maradona, ma le punizioni che calciava dovrebbero essere esposte nei musei, così come alcuni passaggi in cui la follia soverchia la ragione, in cui anche il pallone preferisce non sottostare alle regole della fisica per assecondare l’estetica della giocata: nel 2008, in Boca Juniors - Real Avellanada Riquelme lancia Figueroa, la palla sembra arrestarsi per far sì che il compagno possa anticipare il portiere ed essere atterrato. Il rigore e il gol a volo per confezionare il 2-1 finale sono solo un corollario al teorema della bellezza e del calcio come entità superiore. Nulla possono gli avversari, i tifosi Del Racing, le distrazioni del portiere, Riquelme in quei momenti è un missionario del Futbol e concretizza quanto di buono e bello questo sport ha intenzione di donare ai suoi seguaci. El maestro è stato la reincarnazione, una delle tante possibili dello spirito argentino: temperamento, solitudine, malinconia, garra, arte, poesia, tormento, generosità e passione, come quella dimostrata nello scontro con Maradona CT, nel 2010 ai mondiali, o quella di quando “mandò al bar” Veron e Materazzi in una sola giocata lirica. Per questo motivo ogni volta che si guarda la bandiera Argentina sventolare al rapido e gonfio vento di Buenos Aires, in controluce sembrerà di vedere affianco al sole, un altro, apparentemente più piccolo, ma ugualmente intenso e luminoso, con i tratti dell’ultimo vero diez del calcio, Juan Roman Riquelme.


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