L'ORDINARIETÀ DELLA FOLLIA: EL LOCO BIELSA

Aggiornamento: 16 set 2020

Comisión de damas del Hospital Carrasco, 1920, Rosario. Potrebbe essere l’incipit di un qualsiasi film d’essai o di un romanzo di Fontanarossa, invece è il punto di partenza dell’epica storica argentina, che coinvolgerà grandi maestri e talenti.

Se nasci in una città come Rosario in cui anche le gocce di brina ti rimandano alla sfericità del pallone e l’aria che respiri la colmi sempre con il fragore ed il frastuono degli spalti, non puoi restare impassibile al richiamo del dio Futbol, un dio che tanto chiede e a volte tanto dà. La rivalità tra Rosario Central e Newell’s old Boys, trova il culmine in quel fatidico 1920, in cui il clasico organizzato dalle dame per raccogliere i fondi per il vaccino contro la lebbra non si giocò mai per via dell’ammutinamento del Rosario Central. Da allora la scissione irreparabile : Canallas da un lato e Leprosos dall’altro. Se nasci Leproso non puoi diventare dell’altra fazione né tanto meno fidarti delle Canallas, e così viceversa.

In questo contesto, se nasci nel quartiere di Montevideo sei portato dalla storia a supportare i Newell’s, ma a volte la storia stessa pretende che tu diventi un tassello fondamentale di quella narrazione che si tramanderà per secoli sempre giovane come le prodezze mostrate sui campi verdi di Rosario. E questa richiesta immanente della storia si concretizza tangibilmente se la squadra storica del tuo quartiere, che ha visto giocare fenomeni del calibro di Messi, Maradona, Batistuta ti intitola lo stadio nel parque: questa è la storia, anzi il destino di Marcelo, El Loco, Bielsa.

Uomo metodico, solitario, consuetudinario, riflessivo ma anche schietto come solo un Leproso sa esserlo, ha avuto la consapevolezza di capire che il calcio era la sua vita, che qualcosa di più grosso di lui lo stesse chiamando a compiere il proprio destino e così, dopo aver coronato il sogno di esordire a 15 anni per il Newell’s, a 26, con umiltà, decide di abbandonare il calcio giocato. A questo punto, il destino ha sempre bisogno di figure che aiutino l’eroe al compimento del suo percorso, questo deus ex machina si chiama Jorge Griffa. Intravede in quel loco un uomo di calcio, un uomo che legge le partite e gli interpreti e lo chiama a fare il talent scout per i Leprosos. Marcelo, sempre con la sua proverbiale dedizione gira in lungo e largo con la sua macchina tutta l’Argentina alla ricerca di giovani che poi, divenuto allenatore della prima squadra, lo aiuteranno a vincere il titolo nazionale.

Ci sono una serie di aneddoti che si potrebbero raccontare di questa fase della sua vita, ma sono già noti ai più, ma quello che ancora è ignoto è il motivo di quel grido iconico “Newell’s Carajo! Newell’s!” lanciato dopo aver vinto il titolo.

Ma non ha senso andare alla ricerca di spiegazioni dell’irrazionale, di un uomo che ha fatto della sua maniera di pensare la sua filosofia di vita: se sei Loco, sei l’aedo della tua interiorità e allora Newell’s Carajo è solo la postilla inevitabile al tuo trionfo.


Figura iconica che raffigura El loco dopo la vittoria del campionato con il Newell's Old Boys, riprodotta per tutte le strade di Rosario in occasione del 25esimo anniversario.


La follia però per Bielsa si declina, non solo come irrazionalità, ma anche come metodicità spasmodica alla ricerca di teorie, di perfezione che concettualizzino la sua idea di calcio in qualcosa di puramente deterministico e quindi prevedibile con certezza. Ecco spiegato il motivo della selezione a più di 11000 calciatori per formare una squadra e le ore passate a vedere tutte le partite (si fece anche installare una Tv sul golf kart così da non sottrarre mai tempo alla sua educazione calcistica).

Era diventato di diritto l’uomo che avrebbe rialzato la nazionale argentina, mischiando le idee offensive di Menotti e la preparazione maniacale dei match di Vilardo, aggiungendoci il proprio marchio che si estrinseca in queste tre parole: mobilitazione, rotazione, prova.

Nessun giocatore deve essere mai fermo, deve sempre cercare di creare spazi e superiorità numerica, per fare questo deve continuamente girare in campo e, per acquisire gli automatismi, l’esercizio in allenamento, che duri 1 ora o 5 non importa, è fondamentale.

Purtroppo queste idee non portarono risultati al mondiale 2002, quando un’Argentina infarcita di campioni fu eliminata al primo turno, nonostante un torneo perfetto di qualificazione alla competizione internazionale. Ma la fiducia che si era guadagnato con la propria idea di calcio lo portò alla riconferma e anche all'ultimo trofeo vinto fino a quest’estate, l’oro olimpico ad Atene 2004, trascinato da un commovente Carlos Tevez.

Il suo lavoro con l’albiceleste poteva dirsi concluso, una volta dimostrato il suo valore; così andò ad insegnare calcio in Cile, nella selección che ha espresso le vette più alte di calcio sudamericano degli ultimi anni grazie ai suoi dettami ed alla dedizione di tutti gli interpreti (Vidal, Sanchez, Pinilla, Valdivia, ecc.). Anche qui purtroppo, ha lasciato con l’amaro in bocca, con l’idea che qualcosa di più si sarebbe potuto fare.

Dopodiché è iniziata l’avventura di Bielsa in Europa, prima nell’Athletic conquistando due finali (una in coppa del Rey e una in Europa League) e poi al Marsiglia. In tutte le squadre in cui sia andato ha lasciato molto, in termini di qualità, idee e soprattutto calcio. È sempre stato amato dai suoi calciatori e dai suoi tifosi consci di star assistendo a lezioni di Accademia calcistica più che a semplici partite e questo giustifica sempre il sentimento di abbandono provato da tutte le squadre dopo i suoi addii. Sentimento di abbandono che ci riporta al Volver rosarino, in cui tutte le emozioni anche quelle belle è bene che finiscano per dar vita a quella nostalgia struggente che diventa essenza della vita e del tango.

Non importa quale schema abbia usato 3-3-1-3, 3-3-3-1 o 4-1-4-1 (come nell'ultima avventura al Leeds United), la costante era la totalità di gioco, la bellezza e l’estetica applicata allo sport e il suo saluto un inevitabile struggente sentimento di nostalgia.

Sentimento che forse presto proveranno anche i tifosi ed i dirigenti del Leeds che hanno investito su un Loco per riuscire nella folle impresa di risalire in Premier League. Impresa riuscita al secondo tentativo, dopo aver rinunciato alla promozione in virtù del FairPlay (vedere finale contro l’Aston Villa nel 2018)... anche questo è il Loco, un uomo che non rinuncia ai suoi principi per il risultato. Solo ad un uomo così puoi intitolare una via nella città di Leeds. Un uomo che si è guadagnato l’immortalità per le sue idee più che per i risultati, quasi come se la sconfitta fosse un passo necessario per inculcare il desiderio di crescita nei propri giocatori; per i suoi comportamenti (aiutò il Cile dopo il terremoto del 2010) e per le sue teorie:

“Se il calcio non fosse giocato da uomini non perderei”, perché è vero, l’imperfezione umana ed il fallimento minano le grandi e sempiterne bellezze.


STEFANO

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