Il sistema Atalanta

Negli ultimi anni l’Atalanta ha compiuto passi in avanti stupefacenti riuscendo laddove tante società più ricche e blasonate hanno miseramente fallito. Dalla salvezza agguantata all’ultimo respiro nel 2015 alla qualificazione in Champions League in sole quattro stagioni.

(*Per la stagione ancora in corso)


Per poter comprendere questa serie incredibile di successi è necessario osservare con minuziosa attenzione le scelte compiute dal club, partendo da quello che è sicuramente il motore primo di questa immensa crescita: il settore giovanile.

La particolare premura nel coltivare il talento dei più giovani ha sicuramente fatto le fortune di molti club nella storia centenaria del gioco permettendo ad alcuni di autosostentarsi grazie ad un circolo virtuoso di plusvalenze (Udinese, Southampton, West Ham, Shalke 04…) e ad altri addirittura di vincere tutto (Barcellona, Manchester United, Boca Junior, Ajax…). La società bergamasca ha deciso di seguire le orme di questi grandi club scommettendo non solo sulla formazione calcistica dei ragazzi, ma anche umana in toto. Il sistema Atalanta ha infatti come primo obbiettivo l’essere una scuola di vita. Gli addetti ai lavori sono consapevoli che solo pochissimi potranno calcare i campi di serie A ed è allora loro compito permettere a tutti di avere comunque una solida formazione scolastica e morale. La sinergia tra le parti permette di variare continuamente metodologie di lavoro seguendo le esigenze del gruppo e dei suoi singoli. I destinatari non sono solo i tesserati ma anche le loro famiglie, spesso coinvolte nel processo di crescita collettivo. Molti dei giovani talenti italiani dell’ultima generazione sono cresciuti in questo ambiente innovativo. Bastoni, Gagliardini, Conti, Caldara sono entrati da bambini nei pulcini atalantini. La rete di scouting presente capillarmente in Lombardia permette di rintracciare da giovanissimi i migliori talenti della regione, divenendo così anche un’importante risorsa per il territorio. Ma il club non si ferma qui. Sono tanti anche i ragazzi stranieri scoperti in squadre secondarie: Kessié, Kulusevski, Diallo, Barrow… Gli osservatori hanno un unico dogma: cercare di vedere oltre le apparenze. Sono le potenzialità nascoste il vero tesoro da cercare. Tutti e 8 i giocatori citati sono stati poi venduti con un guadagno complessivo di 200,5 milioni di euro (dati Transfermarket). La crescita esponenziale sembra non avere limite, la primavera si è infatti aggiudicata gli ultimi due scudetti di categoria ed è in lotta per il terzo.


Le risorse del club bergamasco non sono però solo queste. Anche le scelte di mercato ‘tra i grandi’ si sono rivelate eccellenti. Tanti giocatori che avevano perso fiducia, non erano stati ben valorizzati o semplicemente erano schiacciati dalle aspettative hanno avuto qui una seconda possibilità e non hanno fallito. Zapata, Muriel, Toloi, Romero, Pasalic, Spinazzola e Cristante sono solo alcuni di quelli che hanno trovato a Bergamo un’incredibile rilancio. Forse è proprio Cristante l’esempio più evidente del lavoro svolto da Gasp, Giovanni Sartori, direttore dell’area tecnica, ed dai loro staff. Il giovane italo canadese cresciuto nel Milan era ritenuto da tutti un predestinato (Golden Boy del trofeo Viareggio 2013), poi però qualcosa si è rotto. I rossoneri decidono di cederlo appena diciannovenne al Benfica per 6 milioni di euro. Anche in Portogallo Bryan non convince del tutto e viene girato in prestito prima al Palermo e poi al Pescara. Nel gennaio del 2017 è infine la volta dell’Atalanta. Gasp capisce subito le qualità del ragazzo e gli permette finalmente di giocare alla sua maniera, inserendosi liberamente per vie centrali. Cristante segna con continuità e ritrova quella fiducia persa anni addietro. Il club Bergamasco lo riscatta per 9,5 milioni e lo rivende nel 2019 per 21 alla Roma.

Altro grande merito della dirigenza è quello di monitorare con estrema attenzione campionati europei minori, con una predilezione per l’Eredivisie. È da quest’ultima che infatti l’Atalanta ha attinto De Roon, Hateboer, Gosens, Czyborra. Altri talenti sono arrivati dalla Svizzera, Freuler e Djimsiti, dal Belgio, Malinovsky, Castagne e Maehle, dalla Bulgaria, Palomino e dalla Russia, Mirančuk. Il club può contare su una rete di quindici osservatori che spendono ore ed ore a visionare partite dal vivo e non. Ultimamente si sono serviti anche di software che, attraverso alcuni algoritmi, suggeriscono giocatori con determinate caratteristiche. La sensibilità del singolo scout resta però la variabile più importante.


A contribuire significativamente al lavoro egregio degli osservatori, però sicuramente c’è la grande visione del calcio del mister. Non è un caso, infatti, che solo con il cambio di allenatore, Gasperini, l’Atalanta abbia completamente svoltato: da essere una squadra che lottava per non retrocedere ad essere una delle top 16 del calcio europeo, che comunque è rispettata da tutti gli avversari, Real Madrid, Manchester City e Paris Saint Germain inclusi. Quale è la forza del Gasp? La sua filosofia antropocentrica. mette l’uomo e le sue fragilità, le sue manie e i suoi vanti al servizio del gioco del calcio, fa leva su quell’essenza primordiale insita in ognuno di dover primeggiare, scoprire, muoversi, aggredire e combattere. Solo in questa maniera si spiega il ritorno ai concetti base del gioco: 1 vs 1 in ogni parte del campo; obbligo di saltare l’uomo, ingaggiare duelli a tutto campo, in cui ci si esalta nella riconquista ossessiva del pallone; inserimenti costanti e corsa, sinonimo di voglia di avventura e di conoscenza. Il calcio gasperiniano è a metà strada tra il calcio insegnato nei settori giovanili ed una scuola di meditazione atta alla riscoperta dell’essere umano in tutta la sua complessità. Solo chi è pronto a riabbracciare questa filosofia, ad essere se stesso e ad affrontare il proprio essere e servire il gruppo per uno scopo comune, riesce ad emergere. Infatti, non sono rari i casi di giocatori che seppur forti, come Skrtel, Kjaer o Piccinni, nell’Atalanta si sono persi, perché abituati ad una visione diversa dello sport, magari più solipsistica e meno corale o più asservita al risultatismo che alla lotta comune. Ha un che di marxista il gioco di Gasperini, ritrova il meglio, l’equilibrio nella riscoperta di un’unità di intenti e cambiando gli uomini, il risultato complessivo non cambia, se si è compiuto quel percorso di cui sopra, ne beneficerà sempre il gruppo. Da un punto di vista prettamente tecnico, ovviamente, a trovare giovamento da questo tipo di calcio sono tutti i tipi di giocatori, quelli di corsa, di fisico, di tecnica e di idee perché il calcio atalantino richiede tutte queste componenti. Negli ultimi anni, però, dal sistema Gasperini, sono passati alla luce della ribalta specialmente i difensori, perché ormai il mondo si era dimenticato della marcatura a uomo e della linea difensiva alta e propositiva, capace di fare gioco e segnare, ma anche i trequartisti, in virtù di una grave latitanza nel campionato italiano di giocate in verticale, passaggi filtranti, coraggio di conclusioni da fuori area e continui inserimenti.

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