Il grande Perù

Aggiornamento: 30 nov 2020

1531, un allevatore di maiali spagnolo, divenuto un avventuriero di dubbia fama, s’imbarca con poche centinaia di seguaci alla volta del Sudamerica orientale in cerca della gloria che da sempre anela. Il suo nome è Francisco Pizarro e sta per conquistare, contro ogni previsione, il più grande impero di questa parte di Mondo, quello degli Inca. Sarà lui stesso a fondare la futura capitale dello Stato Peruviano, ove tutt’ora riposa all’ombra della sua Cattedrale: Ciudad de Los Reyes ribattezzata poi Lima (dall’Aymara lima ‘fiore giallo’ o dal Quechua rimac ‘parlatore’ nome affibbiato ad uno dei fiumi che la costeggia). Il Perù nasce da questo incontro impossibile, estrema sintesi di due culture inconciliabili, quella cristiana e quella inca, di conquistadores e conquistati, ed è tutt’ora dilaniato dalle stesse forze che lo plasmarono in un tumulto di chiaroscuri. A complicare ulteriormente i fattori in gioco si aggiungono l’importazione degli schiavi africani ed i flussi migratori europei sospinti dalla rivoluzione industriale. La cruenta guerriglia messa in atto dalla sinistra maoista, che ha contraddistinto il loro recente passato, cela più della semplice lotta al governo fascista, è la chiara rivelazione di disagi sociali dai natali ben più lontani che affondano le loro radici nel caos dell’identità comune, nella voluta arretratezza dei dominati e nel terrore dell’incontro col diverso.

Ed è proprio in queste situazioni estreme che lo sport, nella sua ingenua spontaneità e semplice immediatezza, si fa veicolo di unità, e sì, talvolta, anche di speranza. Il Perù non è rimasto immune alla febbre travolgente che ha conquistato ad inizio ‘900 tutto il Sudamerica, l’inarrestabile vento del Fútbol s’è subito insinuato anche tra gli anfratti più remoti delle maestose montagne andine. È così che inizia questa storia: dall’amore per il gioco, dall’unione degli opposti e dalla volontà primordiale di aderire ad un’unica aspirazione, la meravigliosa ascesa della Blanquirroja alla conquista della Copa America 1975.

Il Mondiale di Messico ’70 è alle porte, c’è posto per una sola squadra tra Perù ed Argentina, uno scontro diretto che sembra già scritto. A Lima però gli Inca vincono 1-0 cambiando subito l’inerzia della sfida. Il 30 agosto 1969 è il giorno della verità. I Peruviani nel loro caos culturale hanno fatto proprio anche lo stesso carattere testardo ed impavido tipico dei cugini Uruguayi. L’animo temerario dei conquistadores li permea, e a tratti, solitamente al momento giusto, sanno rievocarlo. Al termine dei 90 minuti la Bombonera è ammutolita. 2-2, il Perù è qualificato. Il cammino in Messico sarà interrotto solo ai quarti dall’inarrestabile Brasile dei 'cinque 10’, ma dimostrerà che la leva calcistica peruviana è sulla buona strada. Calderón richiamato nel ‘74 a guidare la selezione andina ha le idee chiare. Questa squadra ha abbastanza talento e grinta da intimorire qualunque avversario e stupire tutti gli appassionati. Le chiavi della difesa sono ovviamente affidate nelle mani dell’eterno Hector Chumpitaz, uno dei pochi che può sedere allo stesso tavolo del Mariscal José Nasazzi. Ma se el Gran Capitán è una certezza marmorea, il centrocampo e l’attacco non sono assolutamente da meno. I cardini di quest’ultimi sono César Cueto, Teófilo Cubillas e Hugo Sotil. Il trio regalerà all’Alianza Lima 2 campionati nazionali, ’77 e ‘78, sfiorando anche la finale di Copa Libertadores. Ma forse la loro impresa più straordinaria in maglia bianco blu fu ‘la campagna europea’, nella quale batterono 1-0 il Benfica di Eusebio e 4-1 il Bayern Monaco di Gerd Müller. Con il trio in campo gli Aliancistas metteranno a segno una media di 2,12 reti a partita offrendo uno spettacolo eccezionale.

Il più arretrato è Cueto, soprannominato el poeta de la Zurda (il poeta mancino), appellativo che gli si addice alla perfezione. Il tocco di palla soave dimostra da sé la sua eleganza inarrivabile. L’inesorabile placidità, la maestria nel proteggere la sfera e la precisione del suo sinistro vellutato ricordano il maestro Andrea Pirlo, mentre la propensione all’attacco, la leggerezza del movimento e il dribbling nello stretto don Andrés Iniesta.


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(Per i più diffidenti.)


Davanti a lui la dupla de oro.

Sulla trequarti a farla da padrone c’è el Nene (il bambino), colui che è rimasto nell’immaginario collettivo come il Pelé peruviano. Un giocatore eccezionale. Cubillas è una spina nel fianco per tutte le difese avversarie. La sua intelligenza spaziale ed elasticità muscolare gli permettono di anticipare puntualmente gli interventi del marcatore. La corsa lineare e potente si trasforma rapidamente in una deviazione appena percettibile e inarrestabile. Il suo senso del goal è raffinatissimo, basti ricordare che ha messo a segno 10 reti in 13 partite in due apparizioni mondiali (8º all time) e per il suo paese è pronto a correre a perdifiato. Infine a librarsi sul fronte d’attacco c’è Hugo Sotil. Sguardo penetrante da indio, folta chioma lucente e uno spirito dedito alle tentazioni.

El Cholo (soprannome che identifica i discendenti dell’unione tra europei e indios) mostrò un talento eccezionale sin da bambino, quando sua madre gli vietava di giocare in strada per non distruggere l’unico paio di scarpe che aveva. Pur ricoprendo la classica posizione del 9 ha tutte le caratteristiche tecniche di un grande 10: una visione di gioco letale, soprattutto nel passaggio filtrante tra le linee ed un naturale istinto per gli uno due nello stretto che esaltano i suoi cambi di direzione fulminei. Per il giornalista sportivo peruviano Vicente Cisneros il giocatore in attività che più lo ricorda è el Kun Aguero, entrambi pronti ad indietreggiare alla ricerca del pallone e dello scambio vincente. Sotil ha giocato per 3 stagioni nello storico Barcellona di Crujiff, vincendo da titolarissimo la Liga del ’74, prima di essere estromesso dalla rosa per pecche comportamentali. Si sa, trattare con il genio è cosa ardua.

L’occasione buona per dimostrare tutta la bontà del nuovo progetto si presenta subito. La COMNEBOL sta organizzando una Copa America totalmente rinnovata, a distanza di 8 anni dalla precedente. Parteciperanno tutte le 10 nazioni del continente a sud dell’Equatore, divise in tre gironi all’italiana da tre squadre. Il solo Uruguay, campione in carica, sarà già qualificato alle semifinali. Non ci sarà una nazione ospitante, il torneo durerà 3 mesi e ognuno giocherà le partite in casa nel proprio stadio. La Blanquirroja pesca nel girone B Cile e Bolivia. La prima ardua sfida contro i Cileni si chiude sull’1-1. La federazione boliviana nel frattempo aveva scelto per la prima volta di ospitare gli avversari all'Estadio Jesús Bermúdez di Oruro a 3706m sopra il livello del mare, per sfruttare al meglio la loro capacità di adattamento ad elevate altitudini. All’esordio contro la Roja il piano funziona, vincono 2-1. Il Perù è chiamato di già all’impresa in queste condizioni al limite. I ragazzi di Calderón accusano l’ambiente ostile ma riescono comunque a spuntarla con un goal dell’ottimo attaccante dell’Universitario, Ramirez, capace di segnare 26 reti in 50 presenze in Copa Libertadores. Al giro di boa la Blanquirroja è già in testa con 3 punti pur non avendo ancora usufruito del fattore casa. La partita con il Cile a Lima mette definitivamente in chiaro la superiorità peruviana. Rojas apre le marcature dopo soli 3 minuti e la rete successiva è una perla di rara bellezza. Cross in area, Oblitas controlla con il destro di spalle alla porta, la palla si alza ed allora la spizzica con la coscia, poi, il colpo di genio, chalaca! Anche se in tutto il Sudamerica la rovesciata è chiamata chilena, poiché credenza comune che sia invenzione del giocatore cileno Unzaga, i Peruviani continuano a chiamarla chalaca, come gli abitanti di Callao che furono, secondo la loro storia locale, i primi ad eseguirla per davvero. La tesi ormai maggioritaria fu sostenuta ovviamente da Santiago del Cile e trovò largo consenso solo dopo essere stata avvalorata dagli Argentini, loro alleati nell’eterna lotta tra i paesi andini. Cubillas vendica definitivamente l’onta. 3-1 finale e qualificazione blindata.

(la legendaria chalaca di Oblitas)


La Bolivia crolla senza il suo fortino vicino agli dei, 4-0 a Santiago e 3-1 a Lima. Il Perù vince agevolmente il girone e il suo avversario in semifinale sarà il solito Brasile. La squadra verdeoro è in una fase di transizione tra i trionfi di Pelé e la magica rosa dell’82, ma resta pur sempre difficile da affrontare. Ha avuto ragione dell’Argentina e come al solito, senza alcun timore, punta al titolo. La partita d’andata va in scena al Mineirão di Belo Horizonte. Gli eroi di giornata saranno Casaretto e Cubillas. Al 19’ è proprio uno strappo del nene a stordire la difesa brasiliana che si fa poi sorprendere dal suo passaggio filtrante. Casaretto non può sbagliare, 1-0. Il Brasile non demorde e al 54’, sugli sviluppi di un calcio piazzato trova il pareggio con il compianto Roberto Batata, morto in un incidente stradale a soli 26 anni l’anno seguente. La partita sembra dirigersi verso un pareggio quando il colpo di un fuoriclasse cambia le carte in tavola. Punizione dal limite sinistro. Cubillas finge di disinteressarsi del tiro, ma, senza destare sospetti, con due soli passi di ricorsa, impatta la palla imprimendole un effetto a giro che rende illeggibile la sua traiettoria. La sfera si insacca alle spalle dell’incolpevole portiere toccando la traversa. 1-2. Il Brasile non accetta di perdere in casa e si spinge con tutti i suoi uomini all’attacco. All’88’ il contropiede inca premia nuovamente Casaretto che con un gran sinistro ad incrociare chiude la pratica.

A Lima i verdeoro hanno ritrovato le loro certezze, mentre i peruviani accusano l’insostenibile pressione che ti assale a pochi centimetri dalla storia. 0-2 per il Brasile. Ma adesso che fare? Le regole abbozzate dalla COMNEBOL non chiariscono cosa accada in caso di pareggio ed uguale differenza reti, la norma dei goal fuori casa non è contemplata. A risolvere la situazione ci pensa il presidente della federazione, Teófilo Salinas, guarda caso peruviano. Il modo scelto da Salinas per dirimere la questione è quello crudele ma imparziale del sorteggio. Si affretta subito a chiamare sua figlia adolescente Veronica come mano del fato e a preparare due sfere di plastica ed un’urna. I due presidenti delle rispettive federazioni nazionali scrivono il nome della loro patria su due foglietti, questi vengono consegnati a Salinas ed inseriti nelle sfere. La tensione è insostenibile, l’unica tranquilla è proprio Veronica. Il suo volto ingenuo esprime tutta l’indifferenza di chi è estraneo ai patemi calcistici nazionali. La ragazza pesca e il destino dice PERÚ. La gioia diventa contagiosa, un intero popolo abituato alla sofferenza è finalmente in festa. E cosa importa se Rojas e Diaz ad anni di distanza alimenteranno la leggenda della ‘balota mas fria’, si giocherà la finale contro la Colombia, ed ora si può davvero credere di alzare la coppa.

Anche l’ultimo capitolo del torneo seguirà il format ‘ida y vuelta’. La prima si gioca a Bogotá allo stadio Nemesio Camacho conosciuto dai più come el Campín poiché costruito su un grande parco che era utilizzato per il camping. I Cafeteros che hanno eliminato il mai domo Uruguay dimostrano di non essere lì per fare da comparsa. Vincono 1-0 con goal di Castro. Il ritorno fissato per il 22 ottobre allo Stadio Nacional non ammette alcun errore. La Blanquirroja scende in campo cosciente di non poter sprecare quest’occasione. Va subito in vantaggio con un goal assegnato ad Oblitas pur essendo un’evidente autorete colombiana. Ci pensa poi Ramírez a mettere il risultato al sicuro con un colpo di testa a fine primo tempo. Una vittoria a testa. Memori del caos della semifinale, stavolta s’era previamente deciso che, in caso di parità, si sarebbe giocato uno spareggio in campo neutro. 6 giorni più tardi si scende in campo a Caracas. Il Perù deve fare a meno del suo poeta fermato da un infortunio. La formazione titolare è la seguente. 4-3-3: Sartor; Soria, Chumpitaz, Meléndez, Toribio Diaz; Ojeda, Quesada, Rojas; Cubillas, Oblitas, Sotil. Minuto 25, rimessa laterale in zona d’attacco. I peruviani cercano el cholo a centro area, la difesa colombiana si frappone come può. La palla inizia a schizzare come fosse impazzita, alla fine giunge nei piedi del nene che senza pensarci due volte libera il destro dalla trequarti. Il tiro è fiacco ma un rimpallo favorisce Hugo Sotil, lì in agguato. Solo davanti al portiere el cholo non deve far altro che appoggiare in porta e regalare così al suo Paese la gioia di essere sul tetto d’America. Il Perù è campione ed almeno per un giorno, tutte le divisioni, le ingiustizie, le sofferenze possono essere dimenticate, riscattate per un istante da quell’amore per la pelota che ha ricordato a quest’angolo di Mondo di essere una Patria. Semos libre, seámoslo siempre, viva el Perú!

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