GUTI HAZ: LA SOLITUDINE DEL GENIO

Aggiornamento: 16 set 2020

Lo smarrimento di chi assiste a qualcosa che eccede la propria comprensione, l’astio e la paura che esso comporta: la solitudine del genio. La lista di nomi degli obliati in vita è tanto ricca quanto meschina, tuttavia l’eccezionalità stessa di cui questi uomini sono figli richiede uno straordinario prezzo da pagare, ed è questo quanto scontato da Josè Maria Guttièrrez Hernàndez, la stella meno visibile dei Galàcticos di Madrid.

Guti nasce nella capitale spagnola il 31 ottobre 1976, giorno in cui Michelangelo terminò la decorazione della Cappella Sistina e Martin Lutero affisse le 95 tesi sul portale della chiesa di Wittenberg. Un uomo nato nel segno dell’estetica e della rivoluzione, strade che per volontà del destino percorrerà entrambe, senza però riuscire mai a fonderle in una sola. Sì, un giocatore controcorrente, assorto nella continua ricerca d’un capolavoro che sfidi le leggi del suo ambiente, quel Real in cui milita dall’età di nove anni e che ha come primo ed unico obbiettivo l’efficienza per il vincere (vd. Morientes preferitogli perennemente come seconda punta). Guti sul terreno di gioco incarna perfettamente quanto detto da Rosemberg su Jackson Pollock “quello che doveva fare sulla tela non era un’immagine ma un evento”; egli era infatti continuamente alla ricerca dell' "evento" e con esso della pura vita: la rottura dell’ordinario, delle strutture e sovrastrutture che cingono e spesso, devono cingere, il respiro d’un essere oppresso, ma che a denti stretti chiama vendetta. E quest’ultima trova sua sola soddisfazione nell’irrompere sul campo delle visioni del Madrileno come fossero gli assurdi schizzi di colore dell’artista americano. La sua ricerca della libertà eccedeva ogni sforzo per la vittoria e soprattutto ogni banale aspettativa. Nessuno difatti era capace di comprendere cosa quel *n14 (evidentemente evocativo) avesse visto e stesse per eseguire, spesso neanche i suoi compagni. La sensazione dal di fuori è, nell’immediatezza, l’assoluta incomprensione, poi subitaneo un accenno di scherno sul viso ed infine l’attimo di riconciliazione che svela una nuova profondità, nuovi orizzonti di possibilità, tormento e domande, la verità: che è la sola sazietà la nostra vera morte. Guti era lì per donare a tutti i comuni mortali, troppo fragili per sopportare il fardello della libertà, un attimo di respiro e preveggenza, come lascia intuire la sua tipica esultanza: la maglietta portata sul viso a coprire lo sguardo, come a voler dire consciamente di potere tutto ad occhi chiusi e al tempo stesso, inconsciamente, rappresentare il simbolo occidentale del chiaroveggente: il cieco Tiresia.

(fonte: Real Madrid/YouTube)

Ora, se si vuole però che la propria opera straordinaria non perisca soffocata dai carri armati reazionari del logico e del determinato si deve necessariamente sposare la lotta, la guerriglia, i sotterfugi e la pazienza. Ma il fantasista di Madrid è sempre aleggiato in una dimensione sol propria, in un’atmosfera di quasi ascetismo e noncuranza dimostrando nei momenti difficili assoluta lontananza e chiusura, come quando non rivolse la parola a Wesley Sneijder per 3 mesi perché non giocava abbastanza. Il ragazzo dalla chioma dorata ha sempre evitato, come fosse un’atavica paura, l’impurità del dibattito, della contraddizione e dello scontro, anche quando esso si rivelava nella più blanda forma del confronto. Egli è dunque giunto nella sola estetica alla fine del suo percorso, incantando a tratti gli, universalmente riconosciuti, odiosi tifosi dei blancos che per la maggior parte della sua carriera lo hanno bistrattato e mai difeso. Ma allora perché non ha cercato la consacrazione altrove? Perché non ha voluto vestire altra maglia sino ai 34 anni d’età? Queste sono domande a cui il sottoscritto non sa dare una risposta, ma forse quell’amore per la propria terra e quell’odio per le sfide hanno sempre prevalso. Per riassumere il suo Genio inopprimibile bastino queste 3 prodezze inarrivabili.

1) il Tacon de Dios. Real-Deportivo. Guti è solo davanti al portiere, con i due piedi che Dio gli ha donato può fare quello che vuole. Se si potesse fermare l’azione nell’istante appena precedente l’opera d’arte e chiedere a 10 fuoriclasse coadiuvati da 10 filosofi quale sia il gesto più geniale possibile, tutti e 20 non si avvicinerebbero nemmeno a quanto effettivamente realizzato. Guti finge il tiro con il mancino, oltrepassa la palla e colpisce di tacco all’indietro prevedendo che Benzema sarà esattamente alle sue spalle. Karim deve solo appoggiarla in porta. Vederlo è un’orgia di ammirazione, gioia e destabilizzazione d’ogni certezza.

(fonte: Marca.com)

2) IL tiro a volo. Real-Villareal. Roberto Carlos riceva una palla sulla corsa, crossa di prima intenzione verso Guti che è esattamente al limite dell’area di rigore. Il 14 si inventa un tiro a volo di sinistro che sfida le leggi della fisica e della fisiologia al pari delle piroette di Nureyev.

3) Tutte le sue imbucate. I passaggi rettilinei che nascono dai suoi piedi sono, nella geometria, il manifesto della perfezione spaziale, nell’intenzione, la volontà di distruggere ogni buon senso.

Giocatori come Guti sono unici e inimitabili, persiste allora un certo senso di incompiutezza, non dato tanto dalla sua carriera altalenante, ma dal fatto che essa abbia avuto, come ogni cosa umana, un limite di tempo previamente scritto. L’unica regola a cui neanche l’uomo della non-determinatezza può sottrarsi... oppure no? perché, forse, se vi è ancora una speranza, non è che questa: che come tutto ciò che è Verità, Bellezza e Felicità la Grazia del suo sinistro possa guadagnare la meritata Eternità.


*numero di Johan Cruijff

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