Garrincha: allegria e pianto d'un popolo

‘tu pensoso in disparte il tutto miri;

non compagni, non voli,

non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;

canti, e cosí trapassi

dell’anno e di tua vita il più bel fiore.’


Solo, come quel passero in cui il Leopardi seppe trovare sua stessa stortura, un prodigio, un no a primavera: la condanna del diverso.

Essere la forza vernale e non subirla; sbocciare come il più acceso dei girasoli, non per sé, ma per tutti; vivere dimenticati, al più oggetto di scherno di coloro che la creazione sanno accettarla e non amarla. Mané ha sopportato appena cinquanta peripli solari prima di rendere la sua eccezionalità alla sola memoria, divorato da quei demoni che, come spesso accade, aggrediscono i più luminosi tra noi. Eppure, sebbene circuito da ogni sorta di fosca nube, il suo volo sul campo smeraldino è rimasto candido, libero come quelle corse a piedi scalzi che da bambino lo spingevano ad inoltrarsi nella foresta, a nuotare in un fiume, a catturare le tante *garrinchas che affollano quell’angolo di Mondo. Mentre là fuori le città avanzano, il dubbio errabondo s’afferma come unica promessa e la costruzione fittizia di sé conquista i pensieri dell’io, Mané vive un’infanzia semplice, genuina ed innocente, immerso in una Natura amica, alla ricerca inconsapevole di quel lato ormai perduto di immanenza ed unità. Il pallone è solo un’altra scusa per divenire tutt’uno con il diverso, scovando così a tratti quell’armonia che spingerà gli stadi d’ogni dove ad applaudire universalmente le sue giocate. Il suo talento è evidente, la sua stranezza altrettanto. Si presenta (se si presenta) a vari provini senza scarpe, non ha alcuna aspirazione particolare, vuole solo sapersi in pace con quella società tanto veloce che non comprende. Ha 19 anni quando il grande Nilton Santos ne riconosce le straordinarie capacità affrontandolo in una delle tante partite di prova che gli erano state concesse. Il migliore terzino di tutto il Brasile che viene puntualmente sfidato e saltato da un ragazzo un po’ curvo, strabico e con le gambe dalla forma tutta loro. Nilton asseconderà la leggenda del tunnel subito al terzo 1 contro 1, in realtà mai avvenuto, perché se hai la possibilità di glorificare un amico come Mané passi sopra tutte le rimostranze dell’orgoglio.

(Garrincha e Nilton Santos)


Saranno, non a caso, il bianco e il nero di Rio i colori della sua vita, la maglia di quel Botafogo che come lui è nata ‘Estrella Solitaria’. L’innocenza e l’oblio di quelle sfumature estreme saranno però intervallate dal brillante verdeoro a cui legherà per sempre gli aggettivi di ‘potenza’ e ‘dominio’ dopo l’apparente epilogo tragico del Maracanazo. Un uomo ritenuto ai limiti della soglia di intelligenza minima per comprendere il reale, regala dignità eterna e riscatto catartico ad un Paese ai margini del Mondo. ‘O Rei’. Si lo so, questo diranno i malpensanti tronfi del successo del ‘migliore di sempre’. Potrà anche essere così, ma a chi ha saputo guardare con attenzione ed oggettivo distacco i Mondiali del ’58 è incredibilmente evidente che senza Garrincha il trionfo sarebbe stato impossibile. Una partita eccezionale dopo l’altra e una finale vinta da solo, una continua spina nel fianco della difesa svedese, la solita finta sull’esterno e sempre lo stesso risultato: un dribbling secco, una palla pennellata al centro e un goal troppo facile. Pelè si prenderà la scena e Garrincha vivrà sempre all’ombra di questo gigante, passatemi il termine, avaro, pur avendo trascinato i suoi al trionfo anche nel ’62 con ‘la Perla Nera’ infortunato. Un uomo che sa prendere ed un uomo che sa donare. Il suo stipendio al Botafogo sarà sempre incredibilmente misero rispetto agli altri grandi campioni della squadra; l’ammontare del suo primo contratto fu addirittura di pochi cruzeiros superiore a quello del suo precedente lavoro in fabbrica. Ma Garrincha vuole solo giocare, emozionare e vivere l’attimo presente a braccetto con la sua commovente ingenuità. Quella stessa che lo portò a rivendere a pochi spicci l’amata radio comprata in Svezia, dopo essere stato convinto che essa potesse ‘parlare’ solo nella lingua scandinava; o che lo spinse a chiedere al Governatore di Rio di liberare un uccellino in gabbia in cambio della villa che voleva regalargli; o infine che lo ha istigato a sublimare tutta la sua sensibilità nel fondo d’una bottiglia. Le donne e l’alcol i suoi altri folli amori con una predilezione, però, per la cantante Elza Soares e la cachaça. Dopo 236 presenze, 85 goal e un infortunio al ginocchio la sua carriera al Fogo giunge al termine senza che gli sia mai tributata la giusta riconoscenza. L’incidente automobilistico del 1969 che costerà la vita a sua suocera metterà di fatto fine alla sua voglia di regalare allegria. Svolazzerà sul campo qualche altra volta appesantito e triste, solo per potersi comprare da bere e per sostentare quei suoi 14 figli sparsi in ogni dove. Giocherà anche in Italia ma non alla Juve, all’Inter e al Milan un anno per ciascuna come s’era provato a fare nel ’63, ma nei dopolavoro dei sindacati laziali ricalcando i suoi primi passi nella squadra dell'industria tessile a Pao Grande. Sempre più alcol e meno campo, sempre più dimenticanza e meno gloria. Non serviranno a nulla i tentativi disperati della Soares che arriverà a rasarsi la testa per sostenerlo nella sua lotta al bicchiere, morirà alla stregua d’un vagabondo alla ricerca costante di qualche spicciolo e di un tetto sopra la testa. Una leggenda del calcio carioca e mondiale dimenticata dal suo popolo e dagli appassionati in appena 10 anni. Questa sarà una delle colpe più odiose con la quale i Brasiliani dovranno convivere ed ancora oggi non si capacitano del suo tragico epilogo. Mané è stato in vita ‘a alegria do Povo’ riuscendo seppur storpio ad esprimere in modo sublime quel calcio nero bailado che prende dalla samba il suo ritmo del bacino e dalla capoeira i suoi movimenti armonici, ma una volta spentosi non s’è potuto sottrarre dal divenire ‘o choro do Povo’, rigando inesorabilmente il viso di coloro che l’hanno amato con le lacrime sorde degli ultimi del Mondo.


*nome locale dei passerotti

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