DEA: NEC RECISA RECEDIT

Aggiornamento: 16 set 2020

Minuto 27 Pasalic fa sussultare il cuore di tutti i bergamaschi, anzi di tutti gli italiani, no non ci siamo ancora, di tutti coloro che amano il calcio, indistintamente. La partita di ieri sera era il preannunciato scontro tra Davide

e Golia e tale s’è dimostrato se non nel trascurabile esito finale. Sí, trascurabile, perché la grandezza di Davide non è mai risieduta nella gloria della vittoria ma nel commovente coraggio di sfidare l’ineluttabile.

La Dea non ha chinato il capo dinanzi al gigante, non ha accettato il suo inevitabile destino, e come tutti i Davide e gli uomini che si rispettino ha lottato, sofferto, sognato, senza indietreggiare d’un millimetro.

Il primo tempo vola via quasi facile, sono 45 minuti da applausi: per velocità di manovra, per intensità, corsa, voglia e pressing. Una squadra che pare impossessata, con la bava alla bocca, che non vede l’ora di dimostrare che è lì non per caso; degli uomini che sanno quanto grande sia l’occasione che il fato gli ha servito con cura e non hanno alcuna intenzione di sprecarla. La sola parola che viene in mente in questo caso è calcio. Hateboer è un treno inarrestabile, il Papu inventa di tacco e non, Zapata un golem granitico, De Roon un faro luminoso, il sinistro di Pasalic una brezza d’estate al calar del Sole: riconcilia alla vita. Il PSG è stordito, le pietre lo feriscono da ogni direzione e non sembra trovare il modo di evitarle.


Le tante stelle non brillano e l’unico a far luce è quel ragazzo divenuto fenomeno nelle file della squadra

che fu del più grande, quel Neymar che dimostra ancora una volta di meritare una menzione accanto ai due Idoli intangibili. Suoi i soli accecanti lampi di speranza che però non affondano, al pari del suo destro, lo scudo

degli eroi in nerazzurro. Si chiude la prima frazione sull’1-0. Nello sguardo di general Gasperini si intravede tutta la concentrazione, tutta la preoccupazione e freddezza di chi sa che l’aspetta un assedio. E così è stato. I ragazzi hanno speso davvero tanto e il movimento perenne alla ricerca della smarcatura e del pressing alto inizia a farsi sentire. Zapata non ha più la stessa lucidità, lotta su ogni pallone ma Thiago Silva acquista lentamente ed inesorabilmente più certezze, il Papu accusa qualche problema muscolare ed è costretto ad uscire, Freuler si accascia sul terreno in preda ai crampi a cambi finiti. Il Gasp fa subentrare chi può, ma la manovra non ha

più la stessa fluidità.

Poi, un fulmine che squarcia il ciel sereno, Kyllian Mpabbè. Più che rientrante da un infortunio appare fresco di pallone d’oro. Quando parte è una piaga d’Egitto. Finge di andare incontro al pallone, lo lascia scorrere e brucia chiunque lo rincorra; stoppa, punta, e salta con la facilità del solo predestinato. Il colpo di spada è nell’aria e purtroppo, dopo una resistenza degna d’un poema omerico, al 90’ Marquinhos spinge in porta un assist al bacio del solito Neymar. L’Atalanta non ne ha più. Vedere a pochi metri dal traguardo il sogno andare in frantumi è una batosta che le gambe stanche e soprattutto il cuore, seppur indomito, non possono

reggere. 180 secondi dopo il colpo di grazia con un contropiede troppo semplice. L’ultima palla, quella del miracolo, la ha tra i piedi il subentrato di lusso Luis Muriel che però non ha dalla sua il volere degli dei. Golia ha vinto ma l’Atalanta è, non ha rimpianti ed è stata degna espressione di quella città, che seppur messa in ginocchio dal maledetto virus, ha saputo rialzare subito la testa. La dea è calcio, la dea è lo spirito degli indomiti.

Uomini forti, destini forti: ipse dixit.


ANDREAS

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